di Flaviano Zandonai, Open innovation manager CGM Gruppo Cooperativo.
C’è un investimento dove l’ecosistema impact potrebbe davvero fare la differenza ma su cui tende a glissare: è il territorio. Sia chiaro, quando gli operatori di impact investing decidono di intervenire lo fanno anche, e forse in via prioritaria, guardando alle ricadute per una pluralità di elementi e attori di contesto (ambiente, società, ecc.). Ma lo fanno sempre a partire da un rapporto con una singola, o con un gruppo ristretto, di organizzazioni. Per poter osservare una dimensione di investimento in grado di abbracciare la complessità e varietà di una porzione territoriale occorre allargare lo spettro degli investitori inserendo a pieno titolo quelli di natura filantropica. Sono questi ultimi gli specialisti dell’investimento territoriale ma va rilevato che hanno fatto una certa fatica in questi anni a coinvolgere in operazioni simili fondi d’investimento e altri soggetti che agiscono leve finanziarie. In sintesi, non sembra essere il “principio territoriale” a guidare l’impact investing.
Territorio e impact investing, il perché di una relazione complicata
Come mai? Ci sono molte ragioni oggettive (e buone) che ostacolano o rendono particolarmente complessi questi investimenti. In primo luogo, il fatto che l’approccio territoriale rende arduo definire il ritorno atteso, anche in termini di valore sociale. Troppi attori in gioco, troppi processi sociali che s’intersecano, a volte in modo ambivalente, complicando la cattura degli effetti positivi e duraturi. Tutto questo rende davvero difficile, anche se non impossibile, quell’esercizio del calcolo del rischio che, al fondo, è il parametro di riferimento per qualsiasi investitore. In secondo luogo, va considerato che quando si tratta di investire con orientamento impact a livello territoriale lo si fa su porzioni tutto sommato limitate, perché è nella dimensione locale che si può cogliere il principale elemento di valore, ovvero il radicamento e dunque si pone, in forma ancora più radicale, l’annosa questione della scalabilità di iniziative sociali che sono, per scelta, molto tagliate su misura. Infine, ma non per ultimo, non è chiaro chi possa agire un eventuale ruolo di de-risking rispetto a contesti caratterizzati da dinamiche di forte interdipendenza tra gli attori investiti aumentando quindi il livello di incertezza e quindi di attrattività di questo ambito.
C’è spazio solo per la filantropia?
Che fare quindi? Meglio lasciar perdere attribuendo alla sola leva filantropica l’onere e l’onore dell’investimento impact su scala territoriale? E magari confidando, in modo un po’ subdolo, sul ruolo del settore pubblico come stratega e investitore? Forse alcune dinamiche trasformative dei territori possono innescare un ripensamento e un possibile rilancio, anche sic rebus stantibus cioè considerando lo stato attuale di maturazione di quello che si (auto)definisce ecosistema impact. Un primo elemento consiste nel fatto che i fattori esogeni di sviluppo rappresentano, nel bene e nel male, un driver sempre più rilevante nei contesti locali, anche in quelli più remoti. Fenomeni come le migrazioni, il turismo, il remote working, pur essendo profondamente diversi tra loro hanno la comune caratteristica di configurarsi come “flussi che attraversano i luoghi”. Con impatti a loro volta profondamente diversi, ma tutto sommato questo rappresenta il classico campo d’investimento per soggetti che in modo intenzionale vogliono cambiare in meglio le cose. Investire su flussi che generano economie esterne e impatti sociali trasformativi e non solo conservativi può aiutare a calcolare meglio il rischio e quindi il ritorno atteso. C’è però anche un altro fattore da considerare, ovvero il consolidamento e la crescita piuttosto generalizzata degli attori locali con capacità progettuali, gestionali e di governo da cui scaturisce una domanda di risorse per il loro sviluppo in grado di interfacciarsi anche con investitori istituzionali impact. Molto di quello che è stato “capacitato” in questi anni assume la conformazione di organizzazioni imprenditoriali e “abitanti” nei contesti, in un perimetro che dal terzo settore si allarga verso economie di prossimità aperte ai flussi contribuendo così ad allargare il perimetro dell’economia sociale. La crescita peraltro ha riguardato non tanto singoli attori e le loro ricadute più o meno positive sul contesto, ma vere e proprie catene del valore che per essere adeguatamente investite richiedono un approccio a portfolio che riconosce il valore sistemico di cluster, filiere, piattaforme.
Co-disegnare più che ingegnerizzare
Certo il matching rimane complesso e non può essere completamente ingegnerizzato. Rimane, verrebbe da dire per fortuna, un processo intrinsecamente di co-design rispetto al quale, di nuovo, in questi anni sono stati sviluppati strumenti e proposti approcci tra i diversi stakeholder coinvolti che hanno reso le progettualità conseguenti prima ancora che più efficienti, soprattutto sempre più efficaci. Su questo punto, in particolare, è riconoscibile il “valore aggiunto” della filantropia che oltre ad aver “arato il terreno” dei territori locali con azioni di infrastrutturazione sociale per ricostruire comunità intraprendenti ha anche contribuito a creare contesti di coprogettazione dove l’investimento territoriale diventa profittevole grazie ai suoi impatti.
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Flaviano Zandonai partecipa al Lab “Alleanze per l’impatto”, il 2 ottobre a Lecce in qualità di membro della Giuria. Il Lab “Alleanze per l’Impatto” è organizzato da Project School in collaborazione con Legacoop Puglia e Social Impact Agenda per l’Italia, nel contesto del Festival Southstainability 2026.
Flaviano Zandonai