A quattordici anni dal lancio dell’Agenda 2030 e a ridosso del termine fissato per il raggiungimento dei traguardi globali, l’Istat ha pubblicato il nuovo Rapporto SDGs 2026. Il documento traccia il bilancio evolutivo dell’Italia all’interno di un contesto internazionale complesso, segnato da forti tensioni geopolitiche e vulnerabilità macroeconomiche che mettono a rischio la linearità delle transizioni ecologiche e sociali. L’indagine si snoda lungo due direttrici temporali: una ricognizione congiunturale di breve periodo (basata su 243 parametri statistici) e un’analisi strutturale di lungo termine (estesa su 221 indicatori).

L’analisi delle tendenze nazionali

I dati complessivi restituiscono un cammino a due velocità, che evidenzia la necessità di imprimere una decisa accelerazione per stabilizzare i risultati positivi finora ottenuti.

La prima “velocità” è quella dell’evoluzione annuale: le metriche rilevano che il 51% degli indicatori si trova in una fase di espansione o miglioramento, il 25% sperimenta una sostanziale stagnazione, mentre il 24% evidenzia un arretramento. Tra i settori più dinamici spicca il Goal 17 (Partnership per gli obiettivi), affiancato dai progressi nella redistribuzione del reddito (Goal 10 – Ridurre le disuguaglianze) e dalle buone performance dell’agricoltura sostenibile (Goal 2 – Fame zero). Sul fronte opposto, si registrano flessioni preoccupanti nella rappresentanza politica delle donne e dei giovani e un aumento delle problematiche carcerarie (Goal 16 – Pace, giustizia e istituzioni). Peggiorano inoltre i livelli delle competenze scolastiche e la percentuale dei laureati (Goal 4 – Istruzione), insieme agli indicatori sulla deprivazione economica (Goal 1 – Povertà zero). Restano invece quasi del tutto stabili e privi di variazioni significative i target di matrice ambientale (Goal 6, 14 e 15).

La seconda “velocità” riguarda invece l’evoluzione decennale: nel lungo termine, il 53,8% delle misure mostra una traiettoria favorevole a fronte dell’11,3% di orientamento negativo. Tuttavia, una quota consistente (34,8%) è caratterizzata da forti oscillazioni e andamenti discontinui, sintomo di una marcata difficoltà nel consolidare i traguardi storici. Se da un lato i progressi più evidenti si concentrano sui temi dei diritti di genere (Goal 5), dell’innovazione industriale (Goal 9), dell’energia (Goal 7) e del contrasto alle disuguaglianze (Goal 10), dall’altro l’azione climatica e la tutela della biodiversità terrestre (Goal 13 e 15) continuano a scontare forti elementi di incertezza. Le criticità croniche del decennio si concentrano soprattutto nei modelli di consumo responsabili (Goal 12), nella gestione delle risorse idriche (Goal 6) e nell’urbanizzazione sostenibile (Goal 11).

La mappatura dei divari territoriali

La misurazione delle asimmetrie regionali, effettuata su 146 indicatori, conferma la persistenza di una geografia italiana polarizzata, analizzata secondo le “5P” del framework ONU. Vediamo di seguito gli ambiti specifici:

  • People e Prosperity: su questo fronte rimane evidente il tradizionale scostamento a svantaggio delle regioni meridionali. Per quanto riguarda il contrasto alla povertà (Goal 1) e alle disuguaglianze distributive (Goal 10), il Settentrione evidenzia standard superiori alla media nazionale – con performance di rilievo per l’Emilia-Romagna, la Valle d’Aosta e la Provincia autonoma di Bolzano –, mentre Campania, Calabria e Sicilia mostrano una vulnerabilità economica marcata. Le medesime aree del Sud scontano inoltre forti ritardi sul piano dell’inclusione lavorativa (Goal 8). Al contrario, sul fronte della transizione energetica (Goal 7), l’arco alpino (Trento, Bolzano e Valle d’Aosta) si conferma all’avanguardia nell’impiego di fonti rinnovabili.

  • Planet, Peace e Partnership: la contrapposizione geografica sfuma quando si esaminano i temi ambientali e istituzionali, ambiti in cui il Mezzogiorno registra spesso riscontri migliori rispetto al Nord, in particolare nella tutela degli ecosistemi terrestri e marini (Goal 14 e 15). Permangono tuttavia specifiche criticità locali, come le carenze strutturali della rete idrica in Sicilia (Goal 6), l’elevata esposizione al dissesto idrogeologico in Basilicata e Valle d’Aosta (Goal 13) e l’accumulo di rifiuti sulle coste del Lazio (Goal 14). Per il Goal 17 (Partnership), la Calabria sconta ancora un forte divario digitale legato all’adozione delle tecnologie della rete.

Il posizionamento in ambito europeo

Il monitoraggio continentale rileva un rallentamento generalizzato nell’attuazione dei target dell’Agenda 2030, una tendenza che mette a rischio le politiche di coesione comunitarie impegnate a bilanciare transizione ecologica e competitività economica.

In questo scenario, il confronto dell’Italia rispetto alla media UE27 (svolto su 82 indicatori del panel Eurostat) mostra un’evoluzione positiva nel medio periodo: la quota di parametri sfavorevoli al nostro Paese è scesa dal 54% del 2015 al 49% attuale, mentre gli indicatori in posizione di vantaggio sono saliti al 34% (con un restante 17% allineato alla media europea).

L’Italia si posiziona come benchmark europeo nell’economia circolare e nella produzione responsabile (Goal 12), registrando buone performance anche nei settori della parità di genere, della sicurezza e delle energie rinnovabili. Le distanze più marcate rispetto agli standard europei si concentrano invece nella salvaguardia della biosfera (Goal 15), comparto in cui l’intero set di indicatori risulta deficitario, seguito da ampi margini di miglioramento nei settori del lavoro dignitoso, dell’innovazione tecnologica e del contrasto al cambiamento climatico.

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