Con una maggioranza di 141 voti favorevoli, lo scorso 20 maggio, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione L.65, che recepisce il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia sugli obblighi degli Stati in materia di cambiamenti climatici. L’atto segna un passaggio storico: per la prima volta, la tutela del sistema climatico globale viene ufficialmente inquadrata non più come una scelta diplomatica discrezionale, ma come un preciso dovere legale vincolato ai trattati internazionali e ai diritti umani.

La risoluzione ha visto l’astensione di 28 Paesi e il voto contrario di 8 nazioni, ovvero Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia, Israele, Iran, Yemen, Liberia e Bielorussia evidenziando una netta spaccatura sulla portata giuridica del testo. Prima del voto, l’Assemblea ha respinto in blocco una serie di emendamenti volti a ridimensionare la portata del documento.

Il testo adottato esprime il fermo proposito dell’Assemblea di tradurre le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia in una cooperazione multilaterale rafforzata e in un’azione climatica accelerata a tutti i livelli. Gli Stati membri sono chiamati ad adempiere ai rispettivi obblighi internazionali per ridurre le emissioni antropiche di gas serra. Inoltre, la risoluzione conferisce mandato al Segretario Generale ONU di presentare, entro l’ottantaduesima sessione dell’Assemblea, un rapporto dettagliato per monitorare e promuovere la conformità degli Stati alle indicazioni della Corte.

Soddisfazione è stata espressa dal rappresentante di Vanuatu, Odo Tevi, portavoce del gruppo degli Stati promotori della Risoluzione, che ha sottolineato il ruolo complementare dell’Assemblea nel dare seguito al giudizio della più alta istanza giurisdizionale delle Nazioni Unite, precisando che il testo non intende scavalcare l’Accordo di Parigi, bensì supportarne l’attuazione.

Di parere opposto i fronti del no. L’Arabia Saudita ha manifestato forte contrarietà, paventando il rischio che la risoluzione introduca arbitrariamente obblighi estesi non concordati e ribadendo che i soli punti di riferimento legittimi devono rimanere la Convenzione quadro ONU (UNFCCC) e il Protocollo di Kyoto.

Netta anche la posizione degli Stati Uniti. La delegazione americana ha rigettato fermamente l’idea di attribuire un peso operativo a un parere consultivo che, per natura, nasce come non vincolante. Secondo la rappresentanza USA, la risoluzione configura un’estensione giuridica problematica che rischia di interferire in modo inammissibile con i diritti sovrani di ciascuno Stato nella gestione e nella regolamentazione delle proprie politiche energetiche nazionali.

Per maggiori approfondimenti:

Contenzioso climatico 2025: Cassazione e ICJ ridefiniscono responsabilità climatica di Stati e imprese – Social Impact Agenda per l’Italia

General Assembly Strengthens Fight against Climate Change, Adopting Contentious, Yet Broadly Supported Draft among Several Texts on Myriad topics – United Nations, 20/05/2026