di Filippo Montesi, Responsabile Area Formazione e Capacity Building – Human Foundation

In un contesto geopolitico internazionale estremamente complesso e difficile per la promozione delle tematiche di sostenibilità ambientale e impatto sociale, l’evoluzione della regolamentazione europea, seppur in maniera non lineare, procede, confermando una leadership e una visione dell’Europa.

A seguito della proposta di revisione della SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) presentata dalla Commissione europea (CE) a novembre 2025, il Parlamento europeo (PE) ha risposto a fine aprile 2026 introducendo significativi emendamenti e, soprattutto, confermando l’impianto del nuovo framework. 

Innanzitutto, il Parlamento europeo consolida l’introduzione di specifiche categorie di finanza sostenibile e a impatto. Queste classi non si limitano a disciplinare la divulgazione dei dati (disclosure), ma integrano requisiti relativi alle strategie di marketing. Viene quindi confermata l’articolazione in tre categorie principali, affiancate dalla qualifica di impact investing per i prodotti in transizione e sostenibili:

  • Transition (Articolo 7)
  • ESG Basics (Articolo 8)
  • Sustainable (Articolo 9)

Il Parlamento europeo reintroduce i PAI al livello di prodotto

Nel tentativo di elevare il livello di rigore della normativa, il PE ha reintrodotto – rispetto alla proposta della Commissione – un set minimo di PAI (Principal Adverse Impacts) a livello di prodotto, misura volta a incrementare la standardizzazione e la comparabilità sul mercato. Resta comunque valida la facoltà di integrare volontariamente ulteriori PAI, qualora siano ritenuti materiali per gli investimenti, l’ambiente o la società. La reintroduzione dei PAI minimi obbligatori a livello di prodotto è un aspetto piuttosto complesso per l’industria impact, vissuta da alcuni come elemento scarsamente materiale per le strategie di impatto e piuttosto come ulteriore onere formale. 

A mio avviso, alcuni PAI minimi sono particolarmente importanti per un mercato ESG ampio e strutturato che necessita di maggiore standardizzazione e comparabilità dei prodotti, soprattutto per gli investitori istituzionali che gestiscono grandi volumi di capitali in ottica di sostenibilità e transizione. Inoltre, i PAI rappresentano una qualche forma essenziale di riconoscimento degli impatti negativi, che purtroppo se non regolamentati raramente sono misurati e menzionati negli impact report. Considerando in particolare le sfide degli investitori a impatto, solitamente con prodotti di piccola scala, i limiti dei PAI potrebbero essere superati, accettando framework di misurazione d’impatto più avanzati che effettivamente integrino la misurazione degli outcome sia positivi che negativi.

Il PE ha confermato l’eliminazione dei PAI a livello di entità originariamente proposta dalla Commissione. Se, da una parte, questa soluzione crea un gap informativo rispetto alla coerenza tra la sostenibilità del singolo prodotto e la strategia ESG complessiva dell’investitore istituzionale, dall’altra evita di “giudicare” la singola entità e consente di facilitare lo sviluppo di prodotti sostenibili senza restrizioni.

Tassonomia ambientale, Accordo di Parigi e misure di tutela contro impact washing 

In ottica di contrasto all’impact washing, risulta rilevante l‘emendamento del PE che vieta l’utilizzo di label commerciali o descrizioni che possano generare confusione o suggerire una conformità ai requisiti degli Articoli 7, 8 e 9 senza che questa sussista realmente. Inoltre, la proposta del PE elimina alcuni safe harbour (scorciatoie normative) precedentemente previsti dalla Commissione. In particolare, viene rimosso l’automatismo che qualificava come “sostenibile” un prodotto finanziario per il solo fatto di replicare o fare riferimento ai benchmark UE di transizione climatica o allineati all’Accordo di Parigi.

Rimane, invece, il safe harbour associato all’allineamento con la Tassonomia ambientale, prevedendo un timido aumento della soglia minima da 15% a 20% come criterio sufficiente per definire sostenibile un prodotto. Al netto delle esclusioni obbligatorie, una soglia minima del 20% appare piuttosto bassa per garantire l’effettiva sostenibilità di un prodotto finanziario. D’altra parte, i dati dello studio della Piattaforma sulla Finanza sostenibile sono piuttosto impietosi: rispetto al campione analizzato di 463 fondi classificati art. 9, solo il 44,1 % raggiungerebbe la soglia del 20%; se questa soglia venisse elevata all’80% solo l’1.7% dei fondi sarebbero qualificati.

La dimensione sociale della sostenibilità è ancora assente

Permane un vuoto normativo per la dimensione sociale della sostenibilità. Abbandonato il tentativo di introdurre una Tassonomia sociale, che includesse un sistema articolato di Substantial contribution, Salvaguardie e Criteri DNSH (Do No Significant Harm) sociali, questa dimensione continua a ricevere meno attenzione nei processi di asset allocation, nonostante l’interconnessione con il benessere collettivo e con i fattori ambientali. Alla luce delle suddette evidenze riguardo ai tassi di allineamento con la Tassonomia ambientale, probabilmente quella della tassonomia non è la strada per ridurre il deficit di attenzione rispetto alla dimensione sociale. 

I prossimi passi della SFDR 2.0, tra avanzamenti e sfide

La proposta del Parlamento europeo rappresenta un avanzamento parziale ma positivo in un percorso regolamentare ancora lungo, prevendo la sua presentazione il 3 giugno alla Commissione ECON del Parlamento europeo e la sua votazione per il 15 luglio, a cui successivamente seguirà il trilogo e finalmente il passaggio al Consiglio. 

Se la regolamentazione è una condizione necessaria, non è tuttavia sufficiente per l’integrazione strutturale della sostenibilità e dell’impatto nei mercati finanziari. L’efficacia del sistema dipenderà dall’evoluzione della strategia, della governance e dei modelli di gestione interni alle istituzioni, elementi guidati più dalla cultura aziendale e dai sistemi di incentivazione – come i KPI legati alla sostenibilità – che dai soli vincoli normativi o sanzionatori. 

Rimane poi la grande sfida della filiera del dato, essenziale per consentire al mercato di essere effettivamente più ambizioso e per orientare la misurazione sempre più verso gli outcome, ovvero i cambiamenti reali e misurabili su ambiente e società, superando la logica formale dei soli dati di output. A livello sistemico, emerge la necessità di valorizzare gli asset sostenibili oltre il mero rendimento finanziario di breve termine. Un primo passo concreto in tale direzione richiederebbe la riduzione, o l’eliminazione progressiva, dei sussidi e degli incentivi che i diversi Stati membri dell’UE mantengono ancora oggi a favore di attività non sostenibili; finché l’economia reale continuerà ad agevolare i combustibili fossili e le pratiche brown, la regolamentazione finanziaria da sola non basterà a orientare strutturalmente i capitali verso la transizione.

Filippo Montesi

Filippo Montesi è Senior Advisor e Responsabile dell’Area Formazione e Capacity Building di Human Foundation, già Segretario Generale di Social Impact Agenda per l’Italia. Laureato in Economia dello Sviluppo e in International Business, rispettivamente all’Università di Firenze e all’Università Pompeu Fabra, è appassionato ed esperto di metodi e strumenti di valutazione, con una specializzazione nel metodo SROI.

Ha realizzato e coordinato numerose attività di valutazione d’impatto di progetti d’innovazione sociale per investitori e imprese sociali, lavorando, fin dall’inizio della sua carriera, con diverse organizzazioni internazionali, tra cui UNCTAD, FAO, UNDP, nella progettazione, gestione e valutazione di progetti e programmi in Europa, America Latina e Caraibi Ad oggi, è l’unico practitioner e formatore SROI accreditato da Social Value International in Italia.

𝐒𝐈𝐀 𝟐𝟎𝟑𝟎 è il 𝐛𝐥𝐨𝐠 di Social Impact Agenda per l’Italia sulla 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐒𝐃𝐆𝐬.

Pensieri, analisi e proposte per una nuova finanza a beneficio delle persone, delle comunità e del pianeta.

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