di Paolo Venturi, Direttore AICCON, Università di Bologna, e Luca Tricarico, CNR-IRCrES

I. L’impatto nel policy making: un’urgenza che non si può più rinviare

Jürgen Habermas, scomparso lo scorso marzo, ha sostenuto per tutta la vita che la qualità della democrazia non dipende dalla perfezione delle sue procedure, ma dalla vitalità dello spazio pubblico in cui i cittadini formano insieme la propria volontà. Nel suo ultimo lavoro tornava a denunciare la scomparsa di quello «spazio collettivo di intermediazione» necessario affinché le decisioni pubbliche non si riducano a mera esecuzione tecnica di indirizzi stabiliti altrove (Habermas, 2023). Riletta alla luce del nuovo avviso pubblico «Innovazione sociale e impatto delle politiche», promosso dal Dipartimento della Funzione Pubblica e attuato da FormezPA, questa riflessione assume un valore particolarmente attuale. Esiste una domanda che i sistemi di welfare contemporanei non riescono più a eludere: che cosa conta davvero, quando si investe in cambiamento sociale? Non quante risorse si spendono, non quanti servizi si erogano, ma cosa rimane, nelle vite delle persone, nei tessuti delle comunità, nelle capacità collettive dei territori, dopo che le politiche sono passate. È la domanda sull’impatto ed è una domanda che cambia tutto: cambia il modo di progettare le politiche, di finanziarle, di misurarle e, soprattutto, di apprenderle.

Un sistema di policy making orientato all’impatto non è semplicemente più efficiente di uno orientato agli output: è epistemologicamente diverso. Parte da un’altra concezione di che cosa significa produrre valore pubblico. Incorporare questa logica nei processi pubblici non è un’operazione tecnica. È un atto politico e richiede strutture organizzative abbastanza flessibili da reagire a ciò che si scopre nel corso dell’azione, e una cultura istituzionale che non percepisca l’inatteso come anomalia da giustificare, ma come risorsa da cui imparare. Richiede che la pubblica amministrazione sappia riconoscere il valore che emerge nei contesti, non solo quello che era stato previsto a tavolino. L’Italia ha un ritardo da colmare su questo terreno, ma ha anche qualcosa di raro: un patrimonio di pratiche sociali generative, nelle cooperative, nel Terzo Settore, nei presidi territoriali, nelle comunità che hanno imparato a fare da sé senza aspettare che qualcuno le aiutasse, che potrebbe alimentare il cambio di paradigma se le politiche avessero la sapienza di riconoscerlo e accompagnarlo.

II. Il senso delle politiche orientate all’innovazione sociale

L’innovazione sociale non si implementa, si riconosce. È questa la distinzione fondamentale che separa le politiche trasformative da quelle che si limitano a rinominare l’esistente con un lessico aggiornato. Come categoria analitica e come pratica, l’innovazione sociale ha un tratto distintivo che la rende irriducibile a qualsiasi griglia di valutazione standard: è il precipitato di processi che non si possono interamente pianificare. Nasce dall’attivazione delle persone e delle comunità, dalla valorizzazione delle loro capacità, dalla costruzione di relazioni di fiducia e reciprocità nel tempo. L’evidenza di decenni di studio e accompagnamento di pratiche trasformative restituisce un minimo comune denominatore inequivocabile: è il potenziamento delle capabilities, nel senso elaborato da Sen (1994) e Nussbaum (2002), che permette un cambiamento realmente trasformativo. Senza questo, non c’è impatto: c’è esecuzione. Togliere l’attivazione umana dal cuore del processo non semplifica il lavoro delle politiche, lo svuota. Ciò non significa che la misura sia irrilevante, ma che, come si misura, è parte costitutiva di cosa si produce. Un sistema di valutazione che riconosce solo ciò che era atteso finisce per selezionare le pratiche più conformi, non le più generative. La valutazione dell’impatto non è, non può essere, un’azione di misurazione a consuntivo: è un processo di attribuzione di valore, che legittima ciò che è emerso e apre la possibilità di cambiare rotta.

Questa logica impone anche un ripensamento del ruolo della pubblica amministrazione: non gestore di procedure, ma orchestratore di ecosistemi. L’innovazione sociale non si produce in solitudine, ma in luoghi e territori che hanno accumulato fiducia e relazioni, in organizzazioni capaci di stare in rete con altri attori, in infrastrutture sociali, nel senso che Romano Prodi e Edoardo Reviglio davano al termine (Fransen et al., 2018), che tengono insieme competenze, risorse e visioni difficilmente riducibili a un unico centro. Le politiche pubbliche hanno un compito primario: costruire le condizioni perché questi ecosistemi possano fiorire, non definire a priori cosa deve emergere al loro interno.

III. Il Fondo per l’Innovazione Sociale: un tentativo che merita un riflessione

L’avviso mette a disposizione 10 milioni di euro e si rivolge a Comuni capoluogo e Città Metropolitane con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la capacità amministrativa attraverso percorsi di co-produzione orientati all’impatto. Si tratta, esplicitamente, dell’erede della prima stagione del Fondo Innovazione Sociale (FIS), che tra il 2019 e il 2023 aveva finanziato 18 progetti pilota distribuiti sul territorio nazionale, attivando partnership articolate: oltre il 50% degli attori coinvolti proveniva dal Terzo Settore, circa un quarto dal settore for profit, con la presenza di enti pubblici, università e soggetti della finanza ad impatto. Anche sul piano finanziario, il FIS aveva sperimentato una pluralità di strumenti, prestiti KPI-linked, equity, social impact bond, nel tentativo di costruire un ecosistema ibrido tra pubblico, privato e finanza. Il Fondo ha il merito di aver portato la categoria al centro del dibattito politico-amministrativo. Ha introdotto nella grammatica istituzionale italiana concetti come co-produzione, orientamento all’impatto, gestione del ciclo dei risultati: un vocabolario che, per quanto ancora in via di consolidamento nelle pratiche, ha aperto spazi di elaborazione prima inesistenti.

Alcune scelte di impianto meritano tuttavia una riflessione aperta, nell’interesse dello strumento stesso. La struttura prevalentemente bilaterale tra soggetto gestore ed ente locale, senza il coinvolgimento strutturale di una rete più ampia di attori, rischia di impoverire il processo di quella ricchezza ecosistemica che l’innovazione richiede: nella prima stagione era rimasto irrisolto il nodo di quanto la finanza ad impatto fosse realmente integrata nei processi o rimanesse una presenza più formale che sostanziale; il nuovo avviso non scioglie questa ambiguità, la rimuove. La costruzione di impact framework ex ante, con milestone ravvicinate nell’arco di ventisette mesi, si adatta bene al monitoraggio di processi già definiti, ma fatica a catturare la natura adattiva dell’innovazione sociale, che per definizione produce valore in modo non interamente prevedibile (Venturi, 2026).

A ciò si aggiunge una questione di contesto che non può essere trascurata. La capacità amministrativa dei Comuni italiani è sotto pressione, anche a causa della coda del PNRR: negli ultimi anni si è registrata una significativa riduzione del personale, con effetti evidenti sulla capacità progettuale (Viesti, 2022; Di Mascio & Natalini, 2022). In questo scenario, chiedere alle amministrazioni di costruire complessi sistemi di impact management, con ventisette mesi di percorso online e rendicontazione per milestone, rischia di selezionare involontariamente solo chi può già permettersi di innovare, ampliando le disparità che si vorrebbero ridurre (Garofoli, 2025; Openpolis, 2024). Il problema non è la mancanza di strumenti: è la mancanza di risorse, tempo e condizioni operative. Come ricordava Habermas, senza uno spazio di intermediazione reale le decisioni pubbliche si svuotano di dimensione deliberativa. L’avviso, così com’è costruito, rischia di sostituire quello spazio con uno spazio rendicontativo: il Comune non delibera con la comunità, riferisce a un comitato di monitoraggio.

IV. Cinque direzioni per fare ancora meglio

Il Fondo ha le potenzialità per diventare uno strumento davvero trasformativo. Cinque direzioni possono aiutare a compiere questo salto.

  1. Ricostruire la dimensione ecosistemica. Coinvolgere in modo strutturale fondazioni, soggetti dell’economia sociale e operatori della finanza ad impatto non è un ornamento, è la condizione perché l’innovazione possa emergere, durare e scalare senza snaturarsi.
  2. Introdurre strutture leggere di facilitazione istituzionale, unità di innovazione ibride capaci di stare tra PA e società civile, con il mandato di tenere aperta la possibilità che qualcosa di inatteso accada e di aiutarlo a prendere forma senza soffocarlo in procedure.
  3. Adottare missioni dinamiche al posto di obiettivi fissi. Definire intenzioni e direzioni di marcia, anziché output predefiniti, lascia spazio alla sperimentazione, alla discontinuità, all’apprendimento che è la vera sostanza dell’innovazione.
  4. Riformare la valutazione, affidandola a soggetti terzi capaci di cogliere ciò che emerge al di là degli indicatori previsti, e concependola come attribuzione di valore e non come verifica di conformità.
  5. Guardare alle esperienze già in corso come risorse da riconoscere e connettere. Nei comuni, nelle cooperative sociali, nei presidi culturali, negli spazi di economia solidale ci sono già pratiche che producono innovazione senza aver mai redatto un impact framework. Riconoscerle, connetterle, proteggerle dalla standardizzazione: questo è il compito di uno strumento pubblico davvero all’altezza.

L’innovazione sociale non si definisce prima. Si riconosce dopo, in quei momenti e in quei luoghi (Zandonai e Venturi 2019 ; Tricarico et al. 2022) in cui qualcosa di inatteso ma intenzionale prende forma, in cui le persone smettono di essere beneficiari e diventano protagonisti, in cui un progetto comincia a cambiare le regole del gioco. Il Fondo per l’Innovazione Sociale ha il potenziale per essere quello strumento, a patto che non cada nella trappola della tecnocrazia. Forse vale la pena lavorarci insieme.

Riferimenti bibliografici

Di Mascio, F., & Natalini, A. (2022). Il PNRR e la capacità amministrativa. Rivista Il Mulino. https://www.rivistailmulino.it/a/il-pnrr-e-la-capacit-amministrativa

European Commission. (2025). Horizon Europe Work Programme 2025 – New European Bauhaus Facility.

Fransen, L., Del Bufalo, G., & Reviglio, E. (2018). Boosting Investment in Social Infrastructure in Europe. European Commission Discussion Paper 074.

Garofoli, G. (2025). I progetti PNRR in Italia. Rivista Il Mulino. https://www.rivistailmulino.it/a/i-progetti-pnrr-in-italia

Habermas, J. (2023). Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa. Milano: Raffaello Cortina.

Nussbaum, M. (2002). Giustizia sociale e dignità umana. Bologna: Il Mulino.

Openpolis. (2024). Il governo deve intervenire sulla capacità amministrativa dei comuni. https://www.openpolis.it/il-governo-deve-intervenire-sulla-capacita-amministrativa-dei-comuni/

Sen, A. (1994). La disuguaglianza. Un riesame critico. Bologna: Il Mulino.

Tricarico, L., De Vidovich, L., & Billi, A. (2022). Entrepreneurship, inclusion or co-production? An attempt to assess territorial elements in social innovation literature. Cities, 130, 103986.

Zandonai, F., & Venturi, P. (2019). Dove: La dimensione di luogo che ricompone impresa e società. EGEA spa.

Venturi, P. (2026). Intenzionalità e innovazione trasformativa. AICCON.

Viesti, G. (2022). Riuscirà il PNRR a rilanciare l’Italia? Rivista Il Mulino. https://www.rivistailmulino.it/a/riuscir-il-pnrr-a-rilanciare-l-italia

Paolo Venturi

Paolo Venturi è Direttore di AICCON e The Fund Raising School e membro del Comitato Scientifico di Social Impact Agenda per l’Italia.

Docente di imprenditorialità sociale e innovazione sociale presso l’Università di Bologna (CAF in Welfare Community Manager – Master in Economia della Cooperazione) e numerose altre università ed istituzioni.

Componente del Consiglio Nazionale del Terzo settore e del Comitato Scientifico della Fondazione Symbola, Fondazione Unipolis e di Nesta Italia.

Componente del Gruppo di Esperti nominati da Ministero Lavoro, per la realizzazione della strategia italiana per la Terzo Economia, membro della Consulta della cooperazione Regione Toscana e della Consulta della cooperazione sociale della Regione Emilia-Romagna.

Autore di numerose pubblicazioni fra cui “DOVE. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società” e “Imprese ibride. Modelli d’innovazione sociale per rigenerare valori” editi da Egea.

Componente del Comitato Scientifico di Corriere Buone Notizie, collabora con numerose testate e blog fra cui Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera e Vita Magazine.

Luca Tricarico

Ricercatore presso l’Istituto di Ricerca sulla Crescita Economica Sostenibile (IRCrES) del Consiglio Nazionale delle Ricerche a Roma. Dottore di ricerca in Urban Planning, Design and Policy al Politecnico di Milano, è stato ricercatore post-doc presso la LUISS – Dipartimento di Impresa e Management.

La sua attività scientifica e professionale si concentra sul design, l’analisi e la valutazione delle politiche per lo sviluppo territoriale e la rigenerazione urbana, le politiche per la transizione energetica e sulla dimensione organizzativa, politica e sociale dei processi di innovazione tecnologica.

Su questi temi ha coordinato e partecipato a progetti scientifici, assistenza tecnica e ricerca applicata a scala nazionale e internazionale per istituzioni italiane ed europee, fondazioni, imprese, think thank e società di consulenza

𝐒𝐈𝐀 𝟐𝟎𝟑𝟎 è il 𝐛𝐥𝐨𝐠 di Social Impact Agenda per l’Italia sulla 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐒𝐃𝐆𝐬.

Pensieri, analisi e proposte per una nuova finanza a beneficio delle persone, delle comunità e del pianeta.

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