di Chiara Buongiovanni, Responsabile Adovocacy e Comunicazione SIA

L’impatto, oggi più che mai, appare un po’ stropicciato tra un presente che non ha mantenuto le promesse e un futuro che rischia di diventare la terra promessa, verso cui tutti – che sia per visione, per necessità, o per incapacità di fare altro – improvvisamente sembriamo tendere.

Nel decimo anno di Social Impact Agenda per l’Italia, il punto è di certo celebrare un percorso importante, ma proprio per la serietà del percorso intrapreso e tenacemente portato avanti, occorre misurarsi con una domanda più scomoda: che cosa resta della promessa trasformativa dell’impact economy? Cosa resta quando lo “spirito dei tempi” sembra cambiare così rapidamente, a fronte di una politica che si dimostra incapace di leggere i weak signals di processi di innovazione ancora sostanzialmente lontani dalla società più larga e profonda, dai territori e dalle “periferie” economiche e culturali?
Da qui ha preso le mosse il primo talk SIA 10
Capire per cambiare, un esercizio di lettura del presente a più voci, con la partecipazione di Stefano Granata, presidente SIA e Confcooperative – Federsolidarietà, prof. Mario Calderini, Polimi e Paola Bellotti, Coopfond, eentambi vicepresidenti SIA, e Anna Voltolini, Segretaria generale SIA – CGM.
Il primo dato condiviso è proprio questo, semplice ma affatto banale: il movimento multiforme che si riconosce nell’”impact” non può più limitarsi a difendere il proprio vocabolario, ma deve interrogare senza ipocrisie la solidità della propria visione. 

L’impatto ha a che fare con i conflitti che trasformano 

È il prof. Calderini a pronunciarsi con chiarezza su questo punto: la crisi attuale non può essere spiegata soltanto come un effetto di contesto, né ridotta al mutamento del clima politico internazionale. C’è certamente un ribaltamento intervenuto tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, con la rapida delegittimazione di parole che fino a poco prima sembravano incontestabili. Ma limitarsi a denunciare una reazione esterna sarebbe troppo comodo. La riflessione più utile è invece autocritica: l’economia a impatto ha forse sottovalutato il fatto che una transizione centrata quasi esclusivamente sulla dimensione “verde”, e meno su quella sociale, avrebbe finito per produrre anche nuove fratture, nuove esclusioni e quindi nuove ostilità. In questa lettura, la debolezza non nasce da un impatto eccessivamente “invasivo”, ma da un impatto rimasto spesso incompiuto e sbilanciato, più facilmente allineabile ai rendimenti ambientali (e finanziari) che non alle trasformazioni sociali più difficili da finanziare e misurare.

Da questa osservazione Calderini centra un punto ancora più netto ed esistenziale: l’impact economy ha spesso evitato il suo nodo più difficile, cioè il conflitto tra profittabilità e impatto sociale. Per anni si è preferito ripetere che la sostenibilità “conviene”, ma occorre riconoscere che i passaggi davvero trasformativi non eliminano il conflitto, piuttosto lo affrontano . Quando si rimuove la dimensione del conflitto, l’impatto rischia di ridursi a linguaggio di accompagnamento, a una formula utile per la compliance, per il racconto o per la reputazione, ma troppo debole per incidere sui modelli economici reali.

Nell’immaginazione la nuova frontiera della politica 

In questo quadro, il problema non è soltanto tecnico o finanziario, nella tesi di Calderini c’è anche e soprattutto un tema di immaginazione e di politica. Uno dei passaggi centrali dell’intervento del vice-presidente SIA ha infatti evidenziato che se l’impact continua a nutrirsi dell’immaginario capitalistico che vorrebbe correggere, finirò per produrre solo adattamenti marginali, senza vere discontinuità. Da qui anche un monito di prudenza verso alcuni slittamenti lessicali — da impact investing a impact economy, o da impact investing a systemic investingquando il cambio di parole non corrisponde ancora a un cambio reale di paradigma. Emerge l’idea che il mondo impact, come molta parte del terzo settore, si sia concentrato legittimamente sui bisogni, ovvero intercettarli, mapparli, cercare risposte, ma abbia lavorato molto meno sulla costruzione di futuri desiderabili.

Se tutto resta schiacciato sul registro del bisogno, il rischio è perdere la capacità di formulare futuro. E senza una grammatica dei futuri desiderabili non si costruiscono trasformazioni strutturali: si gestiscono emergenze, si riducono danni, si correggono margini, ma difficilmente si ridefinisce il campo. È un punto delicato: se ci si limita a rispondere alle emergenze, si rischia di restare dentro una logica riparativa; se invece si vuole incidere strutturalmente, occorre ritrovare una capacità di orientamento, cioè una visione di società da costruire e non solo un “catalogo” di problemi da amministrare, per quanto urgenti e legittimi. 

Il lavoro, luogo di trasformazione della società

Su questo sfondo, il lavoro appare come uno dei luoghi in cui la crisi diventa più leggibile e la trasformazione cruciale. Emerge con forza l’idea che esista una domanda sociale ampia, soprattutto da parte delle nuove generazioni, a cui né il mercato né il soggetto pubblico stanno rispondendo in modo adeguato. Il punto non è solo occupazionale, sottolinea il presidente Stefano Granata, introducendo il tema. È una crisi di senso del lavoro, particolarmente visibile nel sociale e nella sanità, dove modelli sempre più prestazionali ed efficientistici hanno impoverito non solo i salari, ma la stessa capacità di generare innovazione e desiderabilità. Se il lavoro nei settori a più alto impatto sociale diretto smette di essere uno spazio credibile di riconoscimento, crescita e qualità professionale, viene meno anche la base materiale di qualunque agenda trasformativa. Da qui la proposta di ragionare non per sommatoria di micro-interventi, ma per grandi priorità condivise, capaci di concentrare risorse, consenso e intenzionalità, dei veri e propri “piani industriali” per il sociale.

Il Presidente torna con enfasi sul tema della responsabilità. Osserva infatti che non si può continuare a spiegare tutto con i soli fattori esogeni; una parte della sfida dipende dalla capacità dell’ecosistema impact di agire sui propri fattori interni, di uscire dalle comfort zone, di produrre grandi azioni e di assumersi il rischio dell’iniziativa. In questa chiave, la trasformazione non coincide con una generica resilienza, ma con la disponibilità a esporsi, a entrare in campo e a “giocare la partita”.  Servono responsabilità individuali e collettive, perché – ricorda – nelle squadre non basta dichiarare un obiettivo comune; serve anche che qualcuno si assuma il compito di trascinare il gioco e di rendere possibile un avanzamento comune.

Rigenerare il movimento cooperativo per un’economia alternativa

In questa prospettiva, il movimento cooperativo è stato posto al centro del confronto come una delle poche esperienze che abbiano realmente espresso una capacità trasformativa profonda. Lontano da anacronistiche idealizzazioni, la cooperazione si confronta oggi con una geografia sociale molto più complessa, fatta di emergenze diverse e sovrapposte, e per affrontarla non bastano le competenze sedimentate negli ultimi decenni. Su questo punto, incisiva la posizione di Paola Bellotti: servono competenze nuove, ma anche nuovi cooperatori e cooperatrici. La cooperazione, espressione ancora attuale di profonda innovazione sociale, ha indubbio bisogno di persone da ascoltare, formare e rendere protagoniste reali di un diverso rapporto tra lavoro, professionalità e utilità sociale. Ridare desiderabilità al lavoro sociale e cooperativo diventa una condizione necessaria non solo per la tenuta delle organizzazioni, ma per la credibilità stessa di un’economia alternativa. E questo richiede anche una collaborazione più profonda tra soggetti oggi troppo separati — cooperazione, accademia, filantropia, sindacato — senza la quale è difficile costruire un’alternativa riconoscibile e autorevole.

Unificare senza uniformare, la rinnovata mission di SIA

Nel passaggio dedicato ai dieci anni di SIA, Anna Voltolini ha infine letto il decennale non solo in chiave celebrativa del pur importante percorso compiuto dall’Associazione dal 2016 ad oggi, ma come momento che cade dentro una nuova fase di crisi. Da qui la necessità – e anche l’opportunità – per il mondo impact, di rafforzare la propria capacità di incidere nei luoghi decisionali e di “unificare senza uniformare” un ecosistema ricco ma frammentato, facendo un salto di qualità nella rappresentanza, nella visibilità, nella capacità di parlare anche ai non addetti ai lavori e nel coinvolgimento delle nuove generazioni. Nelle conclusioni della Segretaria generale, SIA riconferma e attualizza la sua missione di spazio di facilitazione e raccordo per l’ecosistema più ampio dell’economia trasformativa, con alcune priorità già visibili, come housing e invecchiamento. 

Allenarsi al futuro

In chiusura del talk, abbiamo chiesto al board SIA un “suggerimento”:  su quali esercizi concentrarci per allenare i muscoli del pensiero (e dell’azione) al futuro. Le risposte, diverse, ci restituiscono una mappa di allenamento collettivo.
Anna Voltolini ha indicato come priorità il “lavorare insieme”: meno frammentazione, più logica sistemica e un rapporto più strutturato con chi definisce le politiche pubbliche. Paola Bellotti ha invitato a stare nelle frontiere e nelle periferie, geografiche e sociali, dando attenzione ai modelli più fragili ma anche più promettenti, come cooperative di comunità, comunità energetiche e cooperative di abitanti. Mario Calderini ha richiamato due opportunità politiche da non sprecare – il Piano per l’economia sociale e l’impegno istituzionale sulle imprese a impatto – insistendo sulla necessità di tradurle in priorità concrete e piani di settore, rimuovere le barriere materiali che frenano le nuove generazioni e di sperimentare di più nello spazio intermedio tra filantropia e investimento tradizionale. Stefano Granata, infine, ha indicato come esercizio essenziale quello di non cedere allo scoraggiamento: assumersi responsabilità individuali e collettive, accettare di non coltivare leadership salvifiche, ma di scendere in campo per permettere alla squadra di giocare la partita per evitare che la consapevolezza della complessità diventi un alibi all’inazione.

All’avvio di un anno un po’ speciale per SIA e per la sua rete, emerge dunque una lettura del presente di certo poco incline ai facili ottimismi. Il punto non è salvare un’etichetta né aggiornare il lessico per inseguire il mainstream del momento. Occorre interrogare la capacità trasformativa dell’impact economy: una capacità che passa dalla qualità del lavoro, dalla chiarificazione dei conflitti, dalla ricostruzione di una domanda sociale frammentata e spesso disillusa, da una più forte intenzionalità politica e da alleanze più coraggiose tra soggetti diversi. In questo senso, questo primo confronto che il board SIA ha voluto aprire al “pubblico”, ha suggerito che il presente è il tempo delle scelte nitide, dei soggetti responsabili e delle visioni coraggiose e condivise. 

𝐒𝐈𝐀 𝟐𝟎𝟑𝟎 è il 𝐛𝐥𝐨𝐠 di Social Impact Agenda per l’Italia sulla 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐒𝐃𝐆𝐬.

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