La prima Strategia UE sull’equità intergenerazionale è un’occasione storica. Ma senza strumenti finanziari capaci di pensare in decenni, rischia di restare l’ennesimo documento che parla ai giovani senza coinvolgerli.
di Adriano Bertone, Impact Investing Researcher & Social Impact Investor
Il 4 marzo 2026 la Commissione europea ha presentato la prima Strategia per l’equità intergenerazionale della storia dell’Unione. Un documento atteso, costruito con il contributo di 150 cittadini europei selezionati per il Citizens’ Panel, e affidato al commissario maltese Glenn Micallef. La Strategia intende garantire che gli interessi delle generazioni presenti e future siano integrati in tutte le politiche e nei processi decisionali dell’UE, affrontando temi che spaziano dall’istruzione alla governance, dalla sostenibilità ambientale alla coesione sociale.
È una notizia importante. Ma per chi lavora quotidianamente sul campo, a contatto con le fratture generazionali del nostro Paese, una domanda sorge immediata: l’Italia è davvero pronta a raccogliere questa sfida? E soprattutto: disponiamo degli strumenti finanziari per trasformare l’ambizione europea in cambiamento reale?
Un Paese che perde i suoi giovani: il quadro italiano
Partiamo dai numeri, perché i numeri non mentono. L’Italia conta ancora 1,7 milioni di giovani NEET nella fascia 15-34 anni – un dato in calo rispetto agli anni più bui, certo, ma che ci colloca stabilmente al secondo posto in Europa, dopo la Romania. Il tasso del 15,2% nella fascia 15-29 anni resta ben al di sopra della media UE dell’11%. Nel Mezzogiorno l’incidenza è quasi tripla rispetto al Nord: il 22,4% contro l’8,3% del Nord-Est. E il divario di genere è impietoso: tra le giovani donne del Sud nella fascia 25-29 anni, quasi una su tre è NEET.
Ma c’è un dato ancora più strutturale, che raramente entra nel dibattito sull’impact investing: la fuga dei talenti. Secondo il Rapporto CNEL 2025, 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia tra il 2011 e il 2024. Il valore stimato del capitale umano espatriato in questo periodo è di circa 159 miliardi di euro. Non stiamo parlando solo di “cervelli in fuga”: il Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes ci ricorda che non partono solo i laureati, ma un’intera generazione che cerca dignità, riconoscimento e mobilità sociale. Intanto, la mobilità interna dal Mezzogiorno al Centro-Nord ha spostato oltre un milione di persone nello stesso decennio.
Questo è il contesto in cui arriva la Strategia europea. E questo è il paradosso italiano: un Paese che investe nella formazione dei propri giovani per poi vederseli portare via da sistemi più attrattivi; un Paese che parla di equità intergenerazionale mentre il suo mercato del lavoro penalizza sistematicamente chi cerca il primo impiego; un Paese dove solo il 30,6% dei 25-34enni ha una laurea, contro il 42,8% della media europea.
Il limite strutturale: politiche per i giovani, senza i giovani
Il problema italiano non è (solo) la mancanza di risorse dedicate ai giovani. È la mancanza di un approccio strutturale che li consideri agenti di cambiamento e non beneficiari passivi.
Le politiche giovanili italiane soffrono di tre vizi ricorrenti. Primo: sono frammentate. Ogni regione, ogni fondazione, ogni bando opera in modo isolato, senza una visione di sistema. Secondo: sono a breve termine. Progetti triennali, finanziamenti spot, iniziative che nascono e muoiono con il ciclo elettorale o con il ciclo di programmazione europea. Terzo, e forse più grave: misurano l’impatto in modo inadeguato. Quanti giovani “formati”, quanti “inseriti”, quanti “coinvolti” – metriche di output che non ci dicono nulla sulla traiettoria di vita effettivamente modificata.
Questo approccio si riflette anche nell’impact investing italiano. Il settore ha fatto passi importanti negli ultimi anni, ma quando si parla di giovani, prevale ancora una logica assistenziale: i giovani sono il target dell’intervento, mai i co-progettisti. E la dimensione temporale dell’impatto – quella che la Commissione europea chiama appunto “equità intergenerazionale” – resta il grande assente dalle due diligence dei fondi.
La sfida generazionale come tesi d’investimento
Qui sta il punto, ed è il punto che la Strategia europea rende finalmente ineludibile: la questione generazionale non è un tema sociale da delegare al terzo settore. È una tesi d’investimento. E l’impact investing è lo strumento naturale per incorporarla.
Facciamo un esempio concreto. Un fondo ad impatto che investe in tecnologia assistiva non sta solo migliorando la qualità di vita di un individuo oggi. Un apparecchio acustico fornito a un bambino non “ripristina l’udito”: consente a quel bambino di frequentare la scuola, di sviluppare competenze, di accedere a opportunità lavorative migliori, di generare reddito per la propria famiglia futura. L’investimento iniziale è un singolo dispositivo. L’impatto reale si dispiega su tre generazioni. Ma i nostri framework di valutazione si fermano alla prima.
Nella mia ricerca di tesi magistrale sto sviluppando quello che chiamo Generational Impact Assessment (GIA) – un framework che integra due dimensioni complementari. Una dimensione sincronica, che valuta l’impatto sui giovani attuali come soggetti attivi del cambiamento. E una dimensione diacronica, che cerca di catturare gli effetti intergenerazionali delle scelte d’investimento – non attraverso previsioni impossibili, ma attraverso indicatori proxy, analoghi storici e modelli controfattuali che ci permettano di ragionare in decenni anziché in trimestri.
Non si tratta di aggiungere un’ennesima checkbox alla due diligence. Si tratta di ripensare radicalmente la finestra temporale attraverso cui valutiamo l’impatto. L’impact investing è nato dalla promessa di generare rendimenti finanziari insieme a cambiamento sociale misurabile. Ma se continuiamo a misurare solo ciò che è visibile nel breve periodo, stiamo sistematicamente sottovalutando gli investimenti con il più alto potenziale trasformativo.
Tre proposte per l’ecosistema italiano
La Strategia europea ci offre un’opportunità unica di allineamento tra policy e finanza. Ma servono azioni concrete. Ne propongo tre, che nascono dalla mia esperienza sul campo e dalla ricerca che porto avanti con fondi, fondazioni e centri di ricerca internazionali.
- Integrare un “generational impact lens” nei criteri di selezione degli investimenti ad impatto. Così come oggi valutiamo l’impatto ambientale o di genere, dovremmo valutare sistematicamente gli effetti intergenerazionali. Questo non significa abbandonare il rigore finanziario: significa arricchire l’analisi con indicatori capaci di catturare il potenziale di trasmissione del cambiamento tra generazioni. Un fondo che investe in housing sociale, per esempio, non sta solo fornendo un tetto: sta potenzialmente interrompendo un ciclo di povertà abitativa che si trasmette di genitore in figlio.
- Coinvolgere i giovani non come beneficiari, ma come co-investitori del cambiamento. L’esperienza con le comunità locali dimostra che quando i giovani partecipano alla progettazione delle soluzioni, l’efficacia degli interventi si moltiplica. Lo stesso principio vale per l’impact investing: advisory board giovanili nei fondi, percorsi di formazione che preparino la prossima generazione di impact manager, meccanismi di governance che diano voce a chi ha più da perdere (o da guadagnare) dalle scelte di investimento a lungo termine.
- Costruire infrastrutture di dati per la valutazione di impatto generazionale. L’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie di analisi dati offrono possibilità senza precedenti per tracciare traiettorie di vita nel lungo periodo, costruire modelli predittivi e migliorare la due diligence dei fondi ad impatto. L’Italia, con il suo patrimonio di dati pubblici e la crescente sofisticazione del suo ecosistema di innovazione sociale, ha tutte le carte per diventare un laboratorio europeo su questo fronte.
Pensare in generazioni, non in cicli di reporting
La Strategia europea per l’equità intergenerazionale arriva in un momento cruciale. Le 24 raccomandazioni del Citizens’ Panel – dall’istruzione al lavoro, dalla sostenibilità alla governance – disegnano un orizzonte ambizioso. Ma l’ambizione senza strumenti resta retorica.
L’impact investing può essere quello strumento. Non da solo, ovviamente. Ma come catalizzatore di un nuovo modo di pensare l’allocazione di capitale: un modo che prende sul serio il fatto che le decisioni finanziarie di oggi determinano le opportunità – o la loro assenza – per chi verrà domani.
L’Italia perde ogni anno decine di migliaia di giovani talenti. Continua a registrare tassi di inattività giovanile tra i più alti d’Europa. Eppure, proprio per la profondità di queste fratture, ha anche l’opportunità di diventare il luogo dove si sperimentano le soluzioni più innovative. A patto che smettiamo di trattare la questione generazionale come un problema sociale e iniziamo a trattarla come ciò che è: la sfida definente del nostro tempo per la finanza ad impatto.
Perché se l’equità intergenerazionale è il fine, l’impact investing deve imparare a pensare come pensa una generazione: non in trimestri, ma in decenni. Non in output, ma in traiettorie di vita. Non nei giovani come target, ma nei giovani come protagonisti del cambiamento che vogliamo finanziare.
Adriano Bertone
Adriano Bertone è un Senior Analyst e ricercatore nel campo dell’impact investing. Attualmente collabora con SEAF (Small Enterprise Assistance Funds) e SIO (Swiss Impact Office) come Impact Investment Analyst occupandosi di ricerca di mercato, mappatura di startup e due diligence su mercati emergenti in Africa, America Latina e Asia. È advisor dell’Intesa Sanpaolo Youth Forum e consulente per la Fondazione Monte dei Paschi di Siena, ha lavorato come ricercatore presso il Consiglio Nazionale dei Giovani. Fondatore dell’impresa sociale Generazione T, ha appena concluso una laurea magistrale in Management dell’Economia Sociale (Università di Bologna).
𝐒𝐈𝐀 𝟐𝟎𝟑𝟎 è il 𝐛𝐥𝐨𝐠 di Social Impact Agenda per l’Italia sulla 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐒𝐃𝐆𝐬.
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