di Giuseppe Milano, ingegnere edile-architetto e urbanista, Segretario Generale Greenaccord Ets
Dalla pubblicazione del Decreto CER del 24 gennaio 2024 sono trascorsi due anni, nel corso dei quali si sono registrati più annunci e spot che progetti. Secondo il GSE, al 31 gennaio 2026 le configurazioni attive erano appena 1.839, con 18.366 membri e 178,3 MW di potenza, ben lontane dall’obiettivo iniziale di 15.000 CER e 5 GW. Per quanto in crescita, sono numeri che restano marginali rispetto alla scala della transizione energetica e alle aspettative della RED III, che riconosce le comunità energetiche come infrastrutture strategiche per partecipazione, inclusione e decarbonizzazione distribuita.
CER in cerca di sostenibilità
In dettaglio, le ultime ricerche sulle Cer mostrano che la maggior parte presenta concept organizzativi fragili, narcotizzati da contributi pubblici e con difficoltà di accesso al capitale privato. Gli attori coinvolti riconoscono che la principale barriera non è tecnologica, ma finanziaria e gestionale: mancano modelli di business solidi, governance credibili, metriche di impatto e strumenti di mitigazione del rischio. Le CER, così come sono oggi, non sono ancora percepite come “bancabili” o come investimenti desiderabili.
Il quadro si complica ulteriormente se si considera la dimensione sociale della transizione. La povertà energetica in Italia riguarda circa una famiglia su dieci, ma nel Mezzogiorno raggiunge punte fino al 16%, con un energy burden — la quota di reddito destinata alle spese energetiche — che per le famiglie vulnerabili supera spesso il 10% del reddito disponibile, ben oltre la soglia critica riconosciuta a livello europeo. In assenza di strumenti territoriali capaci di intervenire in modo mirato, questa vulnerabilità rischia di ampliarsi proprio mentre la transizione energetica accelera.
Italia – Europa, un confronto necessario
Il confronto europeo rende ancora più evidente la distanza da colmare. In Germania, dove operano oltre 2.000 energy communities, la potenza media installata per comunità supera i 500–700 kW, con punte oltre 1 MW nei Länder più avanzati. In Danimarca, dove più del 50% dell’eolico è di proprietà comunitaria, la potenza media delle cooperative supera spesso i 2–3 MW. Nei Paesi Bassi, le oltre 700 cooperative energetiche attive gestiscono impianti con una potenza media compresa tra 300 e 600 kW. In Italia, al contrario, la potenza media delle configurazioni CER attive si ferma a circa 96 kW per impianto, un ordine di grandezza inferiore rispetto ai modelli europei più maturi. Questo dato non è marginale: potenze così ridotte limitano l’autoconsumo, la condivisione, la sostenibilità economica e la capacità di generare impatti sociali significativi
Anche sul fronte delle rinnovabili il quadro è ambivalente. Nel 2025, trainata dagli oltre 2 milioni di impianti fotovoltaici, l’Italia ha installato quasi 6,5 GW di nuova capacità rinnovabile, la metà di quel che servirebbe per traguardare gli obiettivi del PNIEC che punta a circa il 70% di rinnovabili nel mix elettrico al 2030. A frenare la crescita non sono solo i vincoli fisici o di rete, ma soprattutto i tempi autorizzativi: per impianti sopra 1 MW si stimano in media 5–7 anni tra progettazione, autorizzazioni e realizzazione. In questo contesto, le CER potrebbero rappresentare una via rapida e distribuita per accelerare la transizione, ma la loro architettura attuale non consente di esprimere questo potenziale.
CER: da progetto incentivato a infrastruttura territoriale
Se questa è la fotografia, la diagnosi è inequivocabile: le CER italiane non stanno fallendo per mancanza di tecnologia, ma per mancanza di utopia (di utopie per realisti, per dirla con Rutger Bregman). La tecnologia è matura, competitiva, scalabile; ciò che manca è un modello istituzionale, crossrelazionale e finanziario capace di sostenere la complessità di un’infrastruttura comunitaria. Le comunità energetiche, così come sono state concepite e implementate in questa prima fase, non riescono a superare la soglia critica che separa un “progetto incentivato” da una “infrastruttura territoriale”.
Tre elementi emergono con forza. Primo: l’autoreferenzialità di molti proponenti. Molte CER nascono come iniziative tecniche guidate da un’elite di attori — spesso un developer o un soggetto industriale, una Esco o una società di consulenza internazionale, una nicchia di docenti universitari o spin off pubblico-privato — che immagina la comunità come un aggregato passivo di utenti, non come un soggetto collettivo dotato di intenzionalità, governance e capacità di generare valore condiviso. In assenza di una reale sinodalità sociale e culturale, la CER diventa un contenitore amministrativo, non un’impresa sociale energetica; un’assemblea di condominio più grande da cui tenersi a distanza, non un tentativo inedito di autodeterminazione territoriale.
Secondo: la dipendenza dagli incentivi. Il modello economico delle CER italiane è costruito quasi esclusivamente sull’incentivo GSE. Questo rende le comunità vulnerabili a ritardi, tagli, modifiche regolatorie — come dimostra il recente definanziamento da 1,4 miliardi — e impedisce di costruire un profilo di rischio-rendimento compatibile con gli standard della finanza bancaria o istituzionale. Se l’obiettivo delle CER è l’incentivo, la conseguenza è che le CER non saranno mai un solido soggetto economico, ma un “gassoso” progetto a termine. E nessuna banca finanzia un progetto a termine.
Terzo: l’assenza di metriche di impatto, flessibili e credibili. In un contesto europeo dominato dalla CSRD, dagli ESRS, dalla Green Claims Directive e dal nuovo quadro antigreenwashing, una CER che non misura in modo rigoroso i propri impatti energetici, sociali, ambientali e territoriali non può essere considerata un investimento credibile. Senza misurazione, non c’è fiducia; senza fiducia, non c’è capitale. In questo scenario, il lavoro svolto nel 2024 da Social Impact Agenda per l’Italia su “CER a impatto” rappresenta un punto di svolta concettuale.
Le CER, tra modelli di business, regolamenti e finanza
La ricerca “Comunità Energetiche Rinnovabili a impatto. Modelli e strumenti di impact investing per la transizione giusta” (SIA, 2024) non si limita a descrivere le CER come configurazioni tecnico-regolatorie, ma le interpreta come piattaforme multistakeholder in cui si intrecciano modelli di business, strumenti finanziari, metriche di impatto e governance territoriale. Vengono individuate cinque tipologie di CER e tre modelli di business, da cui derivano 15 configurazioni potenzialmente “idealtipo”, a condizione che siano in grado di generare ritorni economici e valore sociale. Le simulazioni condotte — variando taglia, localizzazione, composizione dei membri e modalità di finanziamento — mostrano come ciascun modello possa dialogare con specifici strumenti di finanza d’impatto, dai prestiti green e sustainability-linked al leasing, dall’equity infrastrutturale al crowdfunding, fino ai partenariati pubblico-privati e ai bond tematici per progetti di scala maggiore.
Sul fronte della misurazione, invece, il modello proposto da SIA integra dimensioni energetico-ambientali e socio-economiche, allineandole agli SDGs e agli standard europei di rendicontazione, riducendo il rischio di greenwashing e rendendo le CER valutabili, comparabili e finalmente bancabili. Questo impianto dialoga direttamente con il quadro europeo della sostenibilità: la CSRD e gli ESRS impongono rendicontazioni ESG strutturate; la Green Claims Directive introduce criteri rigorosi contro il greenwashing; la Tassonomia UE e il SFDR definiscono cosa può essere considerato davvero sostenibile; la RED III riconosce le energy communities come infrastrutture strategiche e chiede agli Stati membri di rimuovere barriere amministrative e facilitare l’accesso ai finanziamenti.
La finanza a impatto come architettura portante
In questo contesto, la finanza d’impatto e la finanza sostenibile non sono un accessorio, ma l’architettura portante che può trasformare le CER da progetti fragili a infrastrutture stabili. A livello europeo, le attività ESG ammontano a circa 715 miliardi di euro, con una crescita annua significativa dei fondi SRI. In Italia, secondo l’ultima rilevazione SIA – Tiresia, gli investimenti a impatto hanno raggiunto i 9,3 miliardi nel 2022, in crescita di oltre il 60% rispetto al 2020. A livello globale, il mercato dell’impact investing supera i 1.100 miliardi di dollari, con tassi di crescita annui intorno al 18%. Eppure, questa massa di capitale fatica a incontrare progetti CER strutturati, proprio perché mancano modelli di business solidi, governance credibili e metriche di impatto.
Le esperienze virtuose, che pure esistono, non cancellano, tuttavia, il nodo strutturale delle barriere amministrative. Costituire una CER richiede ancora 6–12 mesi, accedere agli incentivi fino a 18, con oltre venti passaggi tra PA, GSE, distributori, notai e banche. Non è solo inefficienza: è rischio. Un finanziatore che osserva iter incerti, dipendenza totale dall’incentivo e governance fragili non può che irrigidire le condizioni o rifiutare il finanziamento. È qui che la finanza d’impatto, la finanza etica e gli strumenti innovativi possono fare la differenza, ma solo se inseriti in un’architettura di governance chiara, in metriche di impatto credibili e in un quadro normativo che riduca drasticamente l’attrito amministrativo.
CER, una nuova fase?
In conclusione, la nuova fase che si intravede non è garantita. I segnali ci sono, ma richiedono un cambio di mentalità: uscire dalla logica della CER come progetto e riconoscerla come infrastruttura permanente; smettere di considerare la finanza d’impatto una nicchia e adottarla come architettura ordinaria dei flussi di capitale; accettare che la bancabilità non è un ostacolo, ma il risultato di una progettazione che integra tecnologia, governance, impatto e partecipazione; riconoscere che l’integrazione multi-attoriale e intergenerazionale non è un vezzo retorico, ma la condizione per riscrivere il presente delle nostre comunità. Solo così le CER potranno smettere di essere un’occasione mancata e diventare uno dei pilastri di una transizione energetica giusta, redistributiva e radicata nei territori.
Giuseppe Milano
Giuseppe Milano è un ingegnere edile-architetto e urbanista esperto in pianificazione territoriale ed energetica, docente a contratto in pianificazione energetica e rigenerazione urbana. È autore di libri e pubblicazioni sul tema CER in relazione al quadro normativo e agli impatti socio-economici. Dal 2019 è il segretario generale del network ecologista internazionale Greenaccord Ets.
𝐒𝐈𝐀 𝟐𝟎𝟑𝟎 è il 𝐛𝐥𝐨𝐠 di Social Impact Agenda per l’Italia sulla 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐒𝐃𝐆𝐬.
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