di Paolo Venturi, AICCON Research Centre – Università di Bologna. 

C’è una parola che continua a dominare il dibattito pubblico sulle disuguaglianze: merito. È una parola rassicurante, apparentemente giusta, ma sempre più inadatta a descrivere la realtà che i dati ci mettono davanti. Perché, se il punto di arrivo dipendesse davvero solo dall’impegno individuale, non osserveremmo correlazioni così forti e sistematiche tra origine familiare, territorio e opportunità di vita. In Italia il livello di istruzione è uno dei più potenti indicatori capaci di prevedere reddito, occupazione, salute e accesso culturale.

I numeri che raccontano la disuguaglianza

Basta leggere i dati ISTAT per osservare come il rischio di povertà assoluta sia più che triplo tra chi ha al massimo la licenza elementare rispetto a chi possiede almeno un diploma. Il tasso di occupazione supera l’84% tra i laureati e scende intorno al 55% tra chi ha un basso livello di istruzione, mentre la disoccupazione è quasi tre volte più alta tra questi ultimi. Anche la salute segue la stessa traiettoria: chi ha titoli di studio più elevati vive mediamente diversi anni in più e presenta rischi di mortalità significativamente inferiori. Non si tratta di differenze marginali, ma di vere e proprie fratture sociali.

Fin qui potremmo fermarci a dire che “studiare conviene”. Ma sarebbe una lettura superficiale, perché ignora la domanda decisiva: chi può davvero permettersi di studiare, e a quali condizioni? Qui il quadro cambia radicalmente. Le ricerche dell’Osservatorio sulla povertà educativa minorile di Save the Children convergono su un punto: il livello di istruzione dei genitori è il miglior predittore di quello dei figli. I tassi di abbandono scolastico tra i figli di genitori con basso titolo di studio sono fino a dieci volte superiori rispetto a quelli dei figli di genitori istruiti. Il reddito familiare incide sulle competenze già nei primi anni di vita e il territorio amplifica o attenua questi divari. Nel Mezzogiorno, nascere in una famiglia svantaggiata significa affrontare probabilità di dispersione scolastica che superano il 25%, contro valori nettamente inferiori nelle aree più forti del Paese.

Questi numeri raccontano una verità scomoda: il percorso educativo non parte mai da una linea di partenza uguale per tutti. È profondamente segnato da “fattori ascrittivi”, cioè da elementi che non dipendono dalla volontà o dal talento individuale. In questo contesto, invocare la meritocrazia senza intervenire su quelle condizioni significa trasformarla in una retorica che giustifica l’esistente. Il merito, quando le disuguaglianze di partenza sono così marcate, diventa un meccanismo di selezione che premia chi è già avvantaggiato e rende “naturali” esiti che naturali non sono affatto.

Ripensare l’impatto a partire dalle cause

È qui che anche il modo in cui parliamo di impatto va ripensato. Troppo spesso l’impatto è usato come racconto consolatorio: quante persone abbiamo aiutato, quante prestazioni abbiamo erogato, quante emergenze abbiamo tamponato. Ma questo tipo di misurazione rischia di fermarsi alle conseguenze, non alle cause. Come avverte Flaviano Zandonai su Vita Non Profit: “l’impressione è che più le numeriche sugli effetti generati da progetti e politiche sociali diventano precise e circostanziate, più perdono potere di attivazione”, trasformandosi in un anestetico che narcotizza l’urgenza del cambiamento.

Un impatto che conta davvero dovrebbe dirci se stiamo riducendo il peso dell’origine familiare sugli esiti educativi, se stiamo accorciando la distanza tra territori, se stiamo rendendo meno deterministico il legame tra nascita e destino. Se l’obiettivo è contrastare le disuguaglianze, le politiche devono spostarsi con decisioni a monte. Non basta compensare, quando il danno è già avvenuto. Occorre agire ex ante, costruendo condizioni che rendano possibile l’esercizio reale delle opportunità. Questo significa investire in educazione come infrastruttura sociale, non come responsabilità individuale; significa rafforzare i servizi educativi nei territori più fragili; significa integrare scuola, welfare, cultura e politiche familiari in strategie coerenti e di lungo periodo.

Una nuova generazione di politiche e alleanze per l’uguaglianza delle opportunità

Una nuova generazione di politiche pubbliche deve assumere un principio chiaro: l’uguaglianza delle opportunità non nasce dall’indifferenza alle differenze, ma da un’azione intenzionale che le riconosce e le riequilibra. Per questo, l’azione pubblica, da sola, non basta. Serve un’alleanza strutturale con il Terzo settore e la società civile, non come esecutori di misure residuali, ma come attori capaci di costruire prossimità, accompagnamento, fiducia e continuità educativa. Sono questi soggetti che, nei contesti più fragili, rendono possibile trasformare una risorsa in una traiettoria, un incentivo in una scelta, un diritto formale in un’opportunità reale. Le comunità educanti devono diventare “infrastrutture territoriali” non più emergenziali. Lavorare sulle cause significa accettare che il cambiamento non è immediato, che i risultati non si misurano solo a fine progetto, ma nel modo in cui si spezza la trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.
Alcune sperimentazioni lo dimostrano: strumenti come incentivi economici vincolati al raggiungimento di obiettivi formativi, accompagnati da tutoraggio e supporto educativo, riducono il rischio di abbandono scolastico e aumentano la motivazione nelle famiglie più fragili. Funzionano perché non si limitano a compensare una mancanza, ma modificano le aspettative e le possibilità concrete. Questa svolta richiede però un’azione pubblica diversa da quella a cui siamo abituati. Un’azione che non può essere solitaria. Economia sociale, non profit, società civile, banche, istituzioni finanziarie e fondazioni filantropiche non sono attori residuali né supplenti dello Stato.

Social Impact Agenda orienti il sistema verso la trasformazione delle cause

In questa prospettiva, Social Impact Agenda diventa un soggetto fondamentale, non solo per sensibilizzare e aggregare, ma per orientare un sistema di risorse finanziarie, imprenditoriali e umane verso una trasformazione profonda che incida sulle cause. Sono co-attori di progettualità orientate a potenziare i soggetti e i contesti, uscendo dalla tentazione della metrica facile – quella che esce dal cilindro dei più svariati dataset. Senza di loro non esistono politiche capaci di incidere davvero sui fattori ascrittivi, perché è nei territori che si gioca la partita delle opportunità reali. Se vogliamo ridurre le disuguaglianze, dobbiamo avere il coraggio di dire che il problema non sono le
persone che “non ce la fanno”, ma i contesti che rendono sistematicamente impossibile farcela. Il talento è diffuso, le opportunità no. E una buona politica non premia chi è già avanti: cambia le regole del gioco perché il punto di partenza conti sempre meno. Questo è il vero impatto sociale.

Fonti e risorse

Indicatori di occupazione e disoccupazione per titolo di studio. Forza Lavoro Survey, (dati integrati con Aspettativa di vita e salute, ISTAT 2023). Fonte: ISTAT – Occupati e disoccupati.
– Save the Children (2024). Rapporto sull’istruzione in Italia: povertà educativa minorile. Fonte: Save the Children – Atlantras.
– lavoce.info (2024). Quando il risparmio è un’arma contro la dispersione scolastica. Articolo di A. Boeri e G. Turati, 15 ottobre 2024. Fonte: lavoce.info.
– OCSE (2023). Education at a Glance 2023: OECD Indicators. Fonte: OECD Education at a Glance.
– Zandonai, F. (2026). Impatto sociale, se le metriche diventano un anestetico. Vita Non Profit

Paolo Venturi

Paolo Venturi è Direttore di AICCON e The Fund Raising School e membro del Comitato Scientifico di Social Impact Agenda per l’Italia.

Docente di imprenditorialità sociale e innovazione sociale presso l’Università di Bologna (CAF in Welfare Community Manager – Master in Economia della Cooperazione) e numerose altre università ed istituzioni.

Componente del Consiglio Nazionale del Terzo settore e del Comitato Scientifico della Fondazione Symbola, Fondazione Unipolis e di Nesta Italia.

Componente del Gruppo di Esperti nominati da Ministero Lavoro, per la realizzazione della strategia italiana per la Terzo Economia, membro della Consulta della cooperazione Regione Toscana e della Consulta della cooperazione sociale della Regione Emilia-Romagna.

Autore di numerose pubblicazioni fra cui “DOVE. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società” e “Imprese ibride. Modelli d’innovazione sociale per rigenerare valori” editi da Egea.

Componente del Comitato Scientifico di Corriere Buone Notizie, collabora con numerose testate e blog fra cui Il Sole 24 Ore, Il Corriere della Sera e Vita Magazine.

𝐒𝐈𝐀 𝟐𝟎𝟑𝟎 è il 𝐛𝐥𝐨𝐠 di Social Impact Agenda per l’Italia sulla 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐒𝐃𝐆𝐬.

Pensieri, analisi e proposte per una nuova finanza a beneficio delle persone, delle comunità e del pianeta.

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