di Carla Bertuzzi, Head of Open Innovation Center Sella & Sellalab Torino. 

Il paradosso italiano: un ecosistema in crescita che non si parla. L’Italia vive oggi un curioso paradosso nell’ecosistema dell’innovazione. I dati più recenti ci restituiscono l’immagine di un Paese in fermento, dove la volontà di innovare sembra ormai permeare il tessuto imprenditoriale. Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Startup Thinking e Open Innovation Lookout 2025, l’adozione di pratiche di Open Innovation ha raggiunto livelli record: l’88% delle grandi imprese dichiara di avviare iniziative in tal senso, una percentuale che sfiora la totalità (98%) quando si osservano le corporate con oltre 1000 dipendenti. Eppure, se scaviamo sotto la superficie di queste dichiarazioni, emerge una realtà più sfumata. Spesso, a fronte di una volontà dichiarata, manca una struttura operativa consolidata: le risorse dedicate sono ancora frammentate e, secondo diverse analisi di settore (come quelle di Ayming o degli Osservatori Polimi), la quota di aziende con un budget strutturato e dedicato esclusivamente a queste attività fatica a tenere il passo con i tassi di adozione dichiarata.

Dall’altra parte della barricata, troviamo il mondo della finanza. Qui i segnali sono inequivocabilmente positivi. Il rapporto “Finance for Impact: 2023 Italian Outlook”, realizzato da Tiresia (Politecnico di Milano) in collaborazione con la stessa Social Impact Agenda per l’Italia, certifica che il mercato della finanza a impatto “ha raggiunto i 9,3 miliardi di euro a fine 2022, segnando una crescita robusta del 33% rispetto all’anno precedente”. Siamo di fronte a numeri che, sulla carta, testimoniano un ecosistema maturo. Ma allora perché questi due mondi – l’innovazione aziendale e il capitale a impatto – faticano ancora a incontrarsi in modo sistemico?

Il rischio del "Doppio Teatro": Innovation e Impact Theater

Il rischio reale è che entrambi gli attori restino intrappolati in una recita. Da un lato c’è l’innovation theater delle imprese: si moltiplicano hackathon, call for ideas e progetti pilota che impressionano nei comunicati stampa ma che, privi di budget ricorrenti e strategie di lungo periodo, non producono trasformazioni industriali concrete. Dall’altro, rischia di nascere un impact theater della finanza: fondi che raccolgono capitali promettendo impatto, ma che faticano a trovare un “deal flow” qualificato su cui investire. Manca il track record. Le collaborazioni di successo tra startup e PMI esistono, ma restano invisibili, aneddotiche, non misurate. E ciò che non è misurato semplicemente non esiste.

La diagnosi: il problema della misurazione radicale

Il cuore del problema risiede nella grammatica con cui questi due mondi si parlano. O meglio, non si parlano. La finanza ha bisogno di certezze quantitative, mentre l’impatto sociale e ambientale è spesso raccontato con narrazioni qualitative. I dati del rapporto evidenziano questa criticità in modo impietoso: solo il 45% degli operatori della finanza a impatto italiana adotta un approccio definito “radicale”, ovvero basato sulla rigorosa aderenza alla triade dell’impatto: intenzionalità (voler generare il cambiamento), misurabilità (saperlo quantificare) e addizionalità (generare un beneficio che non ci sarebbe stato senza quell’investimento). Significa che più della metà del mercato, pur definendosi “impact”, opera ancora con metriche vaghe o generaliste. Se gli stessi operatori finanziari faticano a misurare con rigore, è impensabile pretendere che lo facciano autonomamente startup early-stage o PMI tradizionali che si affacciano per la prima volta all’innovazione sostenibile.

Il gap delle PMI: "Troppo grandi per i grant, troppo piccole per i fondi"

Esiste poi un buco nero dimensionale. L’Italia è un paese di PMI, ma gli strumenti finanziari sembrano disegnati per altri soggetti. I dati presentati al Finance Day Italia 2025 e rielaborati dagli Osservatori del Politecnico di Milano per il primo semestre 2025 sono eloquenti: il mercato della finanza alternativa è in ripresa, con i minibond che hanno raccolto 333 milioni di euro e il Venture Capital che ha mobilitato 454 milioni. Tuttavia, analizzando la destinazione di questi fondi, si nota una polarizzazione estrema: i capitali vanno o a startup tecnologiche ad altissimo potenziale (il target del VC) o ad aziende già strutturate capaci di emettere debito (target dei minibond). Nel mezzo resta un deserto. Le PMI che vogliono fare innovazione a impatto – magari trasformando una linea produttiva in ottica circolare o rivedendo la supply chain – sono troppo strutturate per i piccoli grant a fondo perduto, ma spesso non hanno i requisiti di scalabilità esponenziale richiesti dai Venture Capitalist.

L'impatto come strategia competitiva (e i ritorni ci sono)

Per sbloccare questa situazione serve un cambio di paradigma culturale. Bisogna smettere di pensare all’impatto come a una forma sofisticata di filantropia o a un costo necessario per la compliance (ESG). L’impatto è, oggi, la più potente strategia di posizionamento competitivo. Le aziende che riducono le emissioni diventano più efficienti; quelle che garantiscono equità sociale attraggono i migliori talenti. E la finanza lo sa. A smentire il mito che “fare del bene” significhi rinunciare al profitto arrivano i dati globali. L’indagine GIIN (Global Impact Investing Network) 2024 State of the Market conferma che la stragrande maggioranza degli investitori a impatto è soddisfatta dei risultati: circa il 67-68% dichiara di ottenere ritorni finanziari in linea o superiori alle aspettative di mercato. Non c’è, dunque, un trade-off strutturale tra profitto e impatto: quando il progetto è solido, le due curve crescono insieme.

La soluzione: infrastrutture di validazione e il modello a "Doppia Validazione"

Se i capitali ci sono (9,3 miliardi in Italia) e la volontà di innovare c’è (88% delle grandi imprese), cosa manca? Probabilmente, mancano i ponti. O meglio, mancano le “infrastrutture di mercato”. La proposta dunque potrebbe essere quella della creazione di Piattaforme Nazionali di Validazione. Non possiamo aspettare che ogni singola startup, ogni singola azienda inventi il suo metodo di misurazione. Serve un ente o un meccanismo – potenzialmente in partnership pubblico-privato – che certifichi l’impatto dei progetti con la stessa autorevolezza e standardizzazione con cui le agenzie di rating valutano il merito creditizio. Questo tipo di meccanismo abiliterebbe quindi un modello a “Doppia Validazione”:
1. Validazione di Mercato: Il progetto sta in piedi economicamente? C’è un mercato? Quanto è grande? Quanto è saturo? Ecc.. ecc..
2. Validazione d’Impatto: Il beneficio sociale/ambientale è misurabile e addizionale secondo standard certificati? Solo quando un progetto ottiene entrambe le spunte diventa “investment-ready” per quella massa di capitali pazienti che oggi resta alla finestra. Le raccomandazioni di policy europee spingono esattamente in questa direzione: trasformare l’open innovation da teatro di sperimentazione a pipeline qualificata per la finanza a impatto. Ed è proprio questo che abbiamo cercato di dimostrare in Sellalab, la piattaforma di open innovation ad impatto del gruppo Sella, con il programma U.CAN IMPACT, di cui condividiamo con l’ecosistema quanto appreso e una visione che ne esce rinforzata.

Conclusione: dall'eccezione al sistema

Abbiamo i numeri, abbiamo i capitali e abbiamo il tessuto imprenditoriale. Ciò che dobbiamo costruire ora è l’infrastruttura di connessione. Passare dall’aneddoto al dato, dalla dichiarazione d’;intenti alla misurazione certificata. Solo così i 9,3 miliardi della finanza a impatto potranno scaricarsi a terra, irrigando quel tessuto di PMI che costituisce la vera spina dorsale dell’economia reale italiana.

𝐒𝐈𝐀 𝟐𝟎𝟑𝟎 è il 𝐛𝐥𝐨𝐠 di Social Impact Agenda per l’Italia sulla 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐒𝐃𝐆𝐬.

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