di Elisa Calliari, International Institute for Applied Systems Analysis (Vienna), Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Venezia). 

La trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), tenutasi in Brasile dal 10 al 21 novembre, partiva con un carico simbolico importante. È stata infatti organizzata a Belém, alle porte dell’Amazzonia, uno degli ecosistemi più rilevanti per la regolazione del clima a livello globale e al contempo tra i più vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici.

La COP segnava anche il decimo anniversario dalla firma dell’Accordo di Parigi, lo storico trattato con cui la comunità internazionale si impegna a (i) ridurre le emissioni di gas serra per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C – idealmente a 1,5 °C – rispetto ai livelli preindustriali; (ii) aumentare la capacità di adattamento;  (iii) rendere i flussi finanziari coerenti con uno sviluppo resiliente e a basse emissioni di carbonio.
Dal punto di vista negoziale, la Presidenza brasiliana ha presentato la conferenza come la “COP dell’adattamento”, in virtù della prevista adozione della lista di indicatori per monitorare i progressi verso il raggiungimento dell’Obiettivo Globale sull’Adattamento (Global Goal on Adaptation).

Tutto ciò ha alimentato aspettative elevate, a fronte però di un contesto geopolitico complesso, caratterizzato da conflitti internazionali, nuovi equilibri regionali e da una politica estera trumpiana ostile alle tematiche ambientali e climatiche, come dimostrato dall’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi all’inizio del 2025.

Global Mutirão: cosa prevede la Decisione della COP30

Le due settimane di negoziati non sono state facili, e divisioni profonde su temi come la finanza climatica, misure commerciali, e percorsi di mitigazione delle emissioni, hanno bloccato le decisioni quasi fino all’ultimo momento. Le decisioni all’interno dei negoziati climatici vengono prese per consenso, e devono quindi essere accettabili per tutti gli Stati, dai Paesi produttori di petrolio come l’Arabia Saudita alle piccole Isole in via di sviluppo minacciate dall’innalzamento del livello medio del mare come Tuvalu, dai Paesi donatori di finanza climatica come per l’Unione europea a quelli riceventi come quelli africani.

La Presidenza Brasiliana è riuscita a trovare un punto di sintesi proponendo un pacchetto politico, poi adottato come Decisione nella plenaria di chiusura. La Decisione è stata intitolata “Mutirão Globale”, per richiamare il concetto dalla cultura indigena tupi-guarani che indica uno sforzo collettivo verso un obiettivo condiviso.
Contiene elementi relativi alla finanza climatica, tra cui la richiesta dei Paesi più vulnerabili di triplicare le risorse destinate all’adattamento a livello globale e la creazione di un nuovo Programma di lavoro biennale che includerà un focus sugli obblighi dei Paesi sviluppati di fornire risorse finanziarie per sostenere i Paesi in via di sviluppo – un punto fortemente voluto da un gruppo che comprende Cina, India e Arabia Saudita.
Per la prima volta il tema del commercio fa il suo ingresso nei negoziati climatici tramite l’istituzione di un dialogo che andrà anche a coinvolgere anche la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo e Organizzazione mondiale del commercio.

La Decisione crea poi due meccanismi: l’Acceleratore globale per l’attuazione, come iniziativa collaborativa e volontaria per sostenere i paesi nell’attuazione dei loro piani di azione climatica (i cosiddetti “Contributi Determinati Nazionalmente”) e dei piani nazionali di adattamento, e (ii) la Missione di Belém per l’1,5, una piattaforma per rafforzare l’ambizione e la cooperazione internazionale in materia di mitigazione, adattamento e investimenti.

Cosa manca nella Decisione finale della COP30

Mancano però nella Decisione due temi fondamentali, sui quali gli Stati si sono dimostrati divisi: la deforestazione e la transizione dai combustibili fossili. A colmare in parte questo vuoto, i brasiliani hanno presentato due iniziative della Presidenza: la Roadmap su foreste e clima, che riunirà stati e stakeholder per discutere come arrestare e invertire la deforestazione, e la Roadmap per l’abbandono dei combustibili fossili, che affronterà le sfide fiscali, economiche e sociali della transizione, indicando percorsi per ampliare le opzioni a basse e zero emissioni, tenendo conto delle diverse circostanze nazionali e regionali.

Molti Paesi, tra cui l’Unione europea e l’Alleanza indipendente dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, hanno espresso disappunto per la mancanza di esiti negoziali ambiziosi sul tema della mitigazione. I governi della Colombia e dei Paesi Bassi hanno quindi annunciato l’organizzazione della prima Conferenza internazionale sulla transizione giusta dai combustibili fossili che, ad aprile 2026  riunirà Paesi, attori subnazionali, popolazioni indigene e comunità locali, organizzazioni non governative e altre parti interessate.

Molti stati sono rimasti delusi anche dall’esito di uno dei principali obiettivi tecnici della COP30, ossia l’adozione del set di indicatori per l’Obiettivo Globale sull’Adattamento. Il negoziato, che si è andato a intrecciare con le discussioni sulla finanza per l’adattamento nella Decisione Mutirão, non ha prodotto un risultato coerente. L’iniziale lista di 100 indicatori, frutto di due anni di lavoro tecnico che ha coinvolto esperti da tutto il mondo, è stata ridotta dalla Presidenza brasiliana a 59 indicatori nel tentativo di favorirne l’approvazione accantonando gli elementi più controversi. La lista attuale contiene però molti indicatori difficilmente misurabili e rimangono incerti anche i prossimi passi su come saranno resi operativi.

Convenzione sul Clima, si rafforza l'Action Agenda

In parallelo ai negoziati, la Presidenza brasiliana ha invece ottenuto un risultato significativo andando a rafforzare l’Action Agenda, il pilastro della Convenzione sul Clima che mobilita azioni volontarie da parte di società civile, imprese, investitori, città e governi per accelerare la riduzione delle emissioni, l’adattamento ai cambiamenti climatici e la transizione verso economie sostenibili, come previsto dall’Accordo di Parigi. L’Action Agenda coinvolge attori che non partecipano ai negoziati formali ma sono fondamentali per tradurre gli impegni in azioni concrete. La Presidenza ha lanciato un programma quinquennale articolato su sei pilastri: mitigazione, adattamento, finanza, tecnologia e sviluppo delle capacità. L’Agenda d’Azione crea sinergie e opportunità per sostenere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) attraverso soluzioni che promuovono la giustizia climatica e affrontano le disuguaglianze.

Verso la COP31, un accordo "innovativo"

Dopo un lungo braccio di ferro tra Turchia e Australia è stato infine sciolto il nodo di dove si terrà la prossima COP.
Antalya, in Turchia, sarà la città ospitante della COP 31, ma le tradizionali funzioni del paese ospitante saranno suddivise in un modo inedito tra Turchia e Australia. La Turchia sarà la “Presidenza ufficiale” della COP31, responsabile della logistica e dell’ospitalità formale, mentre l’Australia, come “Presidente dei negoziati”, avrà l’autorità esclusiva di guidare le negoziazioni. Questo accordo innovativo vuole essere un segnale di collaborazione e solidarietà tra Paesi in “via di sviluppo” e Paesi “sviluppati”, mantenendo al centro anche le esigenze delle nazioni più vulnerabili, come gli Stati insulari del Pacifico che ospiteranno la pre-COP assieme all’Australia.

Elisa Calliari, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Venezia), International Institute for Applied Systems Analysis (Vienna)

Elisa Calliari è una scienziata sociale e politica che si occupa di adattamento ai cambiamenti climatici, riduzione del rischio di disastri e perdite e danni. Lavora presso l’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) e il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC). Da dieci anni partecipa come delegata alle Conferenze delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP) e dal 2022 fornisce supporto tecnico al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica nell’ambito dei processi G7, G20 e UNFCCC. Attualmente è co-chair dell’Executive Committee del Meccanismo Internazionale di Varsavia su perdite e danni dell’UNFCCC.

𝐒𝐈𝐀 𝟐𝟎𝟑𝟎 è il 𝐛𝐥𝐨𝐠 di Social Impact Agenda per l’Italia sulla 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐈𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐒𝐃𝐆𝐬.

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