Per superare i fallimenti del mercato e portare capitali freschi laddove la finanza tradizionale non arriva, l’efficienza operativa da sola non basta: serve una dotazione strutturale di sussidi e capitale filantropico. È quanto emerge dal report intitolato “The True Cost of Impact-First Investing”. Il documento è frutto di uno studio collaborativo guidato dal Miller Center for Global Impact.

L’analisi aggregata ha preso in esame un portafoglio di 197,2 milioni di dollari di asset in gestione (AUM) distribuiti su 362 operazioni.

Il report smonta la narrazione secondo cui i fondi impact-first (ovvero quelli che danno priorità all’impatto socio-ambientale rispetto al rendimento di mercato) siano operativamente inefficienti. I dati dimostrano il contrario, in particolare sui seguenti aspetti:

  • Volume di operazioni: i fondi impact-first analizzati viaggiano a una media di oltre 10 deal all’anno, contro i 6,4 dei fondi tradizionali di dimensioni comparabili (sotto i 100M di AUM).

  • Costo per operazione: chi investe sull’impatto spende mediamente 80.000 dollari per chiudere un accordo, a fronte dei 125.000 dollari del benchmark tradizionale.

La vera discrepanza emerge quando si analizza il costo per dollaro distribuito. In questo caso, i fondi impact-first spendono in media 0,21 dollari per ogni dollaro investito, mentre i fondi tradizionali si fermano a circa 0,08 dollari.

Questa differenza di 13 centesimi rappresenta il vero e proprio “costo dell’inclusione”. Le operazioni ad alto impatto sociale si concentrano spesso su ticket più piccoli e richiedono un supporto continuo sul campo, traduzioni, consulenza aziendale e una due diligence estremamente complessa (le attività “sotto la superficie” dell’iceberg). Evitare queste operazioni è una scelta “razionale” per la finanza mainstream, ma è proprio questo meccanismo a creare il vuoto finanziario noto come “Valle della Morte” per le imprese sociali nelle loro prime fasi di vita.

Il report conclude che il sussidio filantropico o il capitale agevolato (catalytic capital) non servono a coprire scarse performance gestionali, ma sono una componente strutturale e un moltiplicatore di forze.

Mentre un normale fondo a fondo perduto esaurisce la sua spinta una volta erogato, un dollaro investito come protezione dalle perdite (first-loss) all’interno di un fondo impact-first permette di riciclare il capitale e sbloccare investimenti privati successivi. Casi di studio emblematici citati nel report – come Jibu, Clínicas del Azúcar o Husk Power Systems – dimostrano che modesti capitali catalitici iniziali hanno generato un ritorno d’impatto sul campo compreso tra le 7 e le 47 volte l’investimento originario. Se vogliamo un cambiamento sistemico, dobbiamo essere disposti a finanziare l’intero costo di questo lavoro, non solo ciò che il mercato può prezzare“, si legge nel report.

Consulta il report “The True Cost of Impact-First Investing”.