L’impegno globale verso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) delle Nazioni Unite rimane solido nella maggior parte del pianeta, ma evidenzia profonde spaccature geopolitiche e un forte sbilanciamento geografico.
Il report traccia i progressi compiuti dai 193 Paesi membri a poco meno di quattro anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, evidenziando dinamiche senza precedenti nel panorama internazionale.
I dati dell’SDG Index 2026 mostrano chiaramente la locomotiva globale: l’Asia orientale e meridionale è la regione che ha registrato la crescita più rapida dal 2015 a oggi.
Se si guarda invece alla classifica generale della sostenibilità, l’Europa settentrionale mantiene salda la vetta: Finlandia, Svezia e Danimarca occupano i primi tre posti del ranking globale.
La nota più critica del report riguarda gli Stati Uniti, definiti un vero e proprio “outlier statistico”.
A seguito dell’opposizione dichiarata dal governo federale verso l’Agenda 2030 e del ritiro formale da oltre 60 organizzazioni internazionali avvenuto a gennaio 2026, l’allineamento degli Stati Uniti con la maggioranza dell’Assemblea Generale ONU è crollato drasticamente, registrando una convergenza di voto su appena il 5% delle risoluzioni.
Riguardo il post 2030, il report integra i risultati di un’ampia consultazione che ha coinvolto i network di esperti SDSN in 64 Paesi ed oltre 1.000 rispondenti da tutto il mondo.
Tra i pilastri fondamentali per i prossimi anni figurano:
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Il blocco dei conflitti in corso per reindirizzare le spese militari verso lo sviluppo umano.
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La strutturazione di meccanismi di attuazione decisamente più forti, partendo da finanziamenti adeguati e architetture di governance globali e nazionali più efficaci.
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Una migliore integrazione della scienza e dei dati per guidare le politiche pubbliche.