Il valore dell’impatto sociale di Paolo Venturi

Il valore dell’impatto sociale nel (necessario) cambiamento istituzionale

Due sono i principali tipi di crisi che è possibile rintracciare nella storia delle nostre società: dialettica l’una, entropica l’altra. Dialettica è la crisi che trae origine da un qualche conflitto che prende corpo in una determinata società, ma che contiene, al suo interno, le forze del proprio superamento. Entropica, invece, è la crisi che tende a far collassare il sistema per implosione, senza essere in grado di modificarlo con le sue sole forze e richiede perciò una fase di “ri-significazione” (generazione di senso). Perché la distinzione è importante in questo momento? Perché il combinato disposto fra la pandemia e l’inaccettabile guerra in Ucraina ci riportano inesorabilmente a riflettere sulla seconda delle tipologie descritte.

Se guardiamo alla natura sindemica della pandemia (dipendente dalle profonde e crescenti disuguaglianze che stiamo sperimentando) e alla guerra come esito dell’incapacità delle istituzioni di risolvere i conflitti attraverso la cooperazione, emerge con forza l’urgenza di una nuova generazione di istituzioni e di politiche inclusive e collaborative, capaci di alimentare e misurare soluzioni ad impatto sociale. Siamo chiamati a ri-disegnare e ri-definire non solo l’entità delle risorse e le rispettive metriche, ma soprattutto la natura stessa delle istituzioni. Occorre ripensare in profondità la natura delle istituzioni e non solo le regole a cui sono soggette. Necessitiamo di Istituzioni radicali e convinte nel loro orientamento al bene comune.   

Non si esce, infatti da una discontinuità storica come quella attuale solo con una visione “riformista”: urge una prospettiva “trasformativa” che esce dalle tentazioni adattive, che non si attarda a replicare modelli che ci hanno portato in questo tempo incerto. Per questo motivo il contributo dell’impatto sociale ai dilemmi della nostra epoca, non deve essere assunto come “tecnico” ma come strumento “culturale”.  Occorre superare la prospettiva riduttiva che lega la misurazione dell’impatto ad alcuni settori o alla correzione delle “distopie finanziarie”, per passare velocemente ad una visione “politica” capace di includere i cambiamenti desiderati e la loro misurazione dentro un’agenda di sviluppo.

Un passaggio che chiede però una nuova generazione di istituzioni guidate dallo scopo. Non ci sarà infatti transizione senza trasformazione. Il cambiamento a cui siamo chiamati postula nuove istituzioni “inclusive” e non più “estrattive” come ci ricordano in maniera mirabile Acemoglu e Robinson nel libro “Perché le nazioni falliscono” (Il Saggiatore 2012). La (buona) vita delle persone e delle economie, al pari di quella delle nazioni, è inscindibilmente legata alla qualità delle sue istituzioni, alla capacità che queste hanno di alimentare una struttura di incentivi che stimoli la cooperazione e l’innovazione, alla capacità che queste hanno di promuovere processi di co-creazione e inclusione intenzionali, alla capacità che queste hanno di progettare missioni trasformative misurabili in termini di valore pubblico.

Dentro questa prospettiva emerge e si ri-definisce uno degli elementi essenziali che compone il DNA dell’impatto sociale ossia il principio di “addizionalità. Una dimensione questa che non può essere riconosciuta, come invece spesso accade, nella sua mera capacità di produrre soluzioni innovative capaci di riparare ai danni provocati dal fallimento di “Stato e mercato”. L’addizionalità di cui abbiamo bisogno è osservabile nella tensione “contributiva ed inclusiva” (e non riparatoria) incorporata nelle scelte economiche, finanziare e politiche radicate ad una visione di giustizia sociale e di sostenibilità integrale. Oltre ad alimentare una nuova generazione di metriche (per quanto indispensabili) abbiamo perciò la responsabilità di promuovere cambiamenti radicali e non adattativi. L’addizionalità, come la sostenibilità, non può assumere le sembianze di una esternalità che si limita ad ottimizzare le risorse e a ridurre i danni generati sull’ambiente (come scritto in molti documenti che alimentano il relativismo fra impatto sociale e la sostenibilità ambientale).

Su questa partita si giocherà molta della potenza trasformativa dei fondi messi a disposizione dal PNRR per accompagnare la transizione ecologica, digitale ed economica dell’Italia. È necessario orientare la spesa pubblica verso istanze ambientali, infrastrutturali e sociali per poi “rendicontare” in maniere puntuale, ma serve di più.

Non basta rendicontare, urge “rendersi conto” che siamo all’alba di un processo istituente, una fase della storia dove l’orizzonte dell’impatto sociale e della sostenibilità spingono non solo verso nuove metriche, ma verso nuove istituzioni. Osservando l’ascesa di nuove qualifiche giuridiche ibride, di politiche costruite su una visione di amministrazione condivisa, di imprese sociali che crescono su modelli legati al fattore “digi-cal” (digital + local), di ecosistemi plurali che perseguono obiettivi d’innovazione congiuntamente a quelli d’inclusione, si capisce che il processo è in corso.

Osservando con occhiali diversi la realtà, emerge in maniera potente e concreta come l’innovazione sociale alimentata dall’impatto, non sia una “nicchia da coltivare” ma stia prendendo le sembianze di istituzioni, alleanze e politiche guidate dallo scopo. Un potenziale in termini di cambiamento che richiede un ambiente di investimenti e politiche impegnate a “tener vivo il fuoco” e non a “conservar le ceneri” come ci ricorda Douglas North (Premio Nobel 1993) quando scrisse: «Le istituzioni sono le regole del gioco di una società o, più formalmente, i vincoli che gli uomini hanno definito per disciplinare i loro rapporti, di conseguenza danno forma agli incentivi che sono alla base dello scambio, sia che si tratti di scambio politico, sociale o economico.  Il cambiamento istituzionale influenza l’evoluzione di una società nel tempo ed è la chiave di volta per comprendere la storia…».

Paolo-Venturi

Paolo Venturi

AICCON-Università di Bologna

Membro del Comitato Scientifico di SIA