La Presidente di Human Foundation ci ha spiegato il suo punto di vista sulla filantropia italiana, chiamata a confrontarsi con le sfide del Covid-19, nel più ampio quadro dei cambiamenti che potrebbero interessare il nostro Paese.
di Lorenzo Bandera (Secondo welfare)

Fondazione Bracco, in collaborazione con Percorsi di secondo welfare, ha deciso di promuovere un ciclo di approfondimenti sulle Fondazioni di impresa italiane coinvolgendo osservatori privilegiati, studiosi ed esperti di varie discipline. L’obiettivo, alla luce delle nuove e complesse sfide sociali sollevate dalla pandemia di Covid-19, è ragionare trasversalmente sul ruolo che le Corporate Foundations del nostro Paese potranno giocare nel prossimo futuro, inserendo tali riflessioni in un una cornice analitica il più possibile ampia e articolata. Nell’ambito di tale iniziativa abbiamo chiesto a Giovanna Melandri – economista, già parlamentare e Ministro della Repubblica – di aiutarci a comprendere se, come e perché la cultura dell’impatto sociale potrebbe guidare le scelte attuali e future delle Fondazioni di impresa. Fortemente impegnata sul tema dell’impact investing (sai di cosa si tratta?) sia a livello nazionale – con Human Foundation e Social Impact Agenda Italia – che internazionale – in particolare con il Global Steering Group for Impact Investment – Melandri è infatti una delle massime esperte italiane di questo argomento.


Presidente Melandri, in questa fase di profondi cambiamenti legati al Covid-19 quale ruolo ritiene che potrebbe assume l’impact investing in Italia?

Siamo di fronte a un’opportunità che non possiamo sprecare. In questo momento storico l’impact investing potrebbe infatti assumere un ruolo molto significativo su almeno tre fronti nel nostro Paese: quello del Pubblico, quello dei mercati e quello del Terzo Settore.

Per quanto concerne la prima dimensione, credo che per lo Stato sia arrivato il momento di mettere in campo sperimentazioni che si basino su modelli di outcome funds e schemi pay-by-result, che mirino a realizzare interventi fondati sull’evidenza dei risultati. Specialmente nel campo del welfare. In questo momento la finanza pubblica ha una disponibilità di risorse come non si vedeva da anni e non possiamo permetterci di usarle malamente: dobbiamo affiancare il pubblico in una programmazione che contempli indicatori di impatto sociale chiari, definiti, misurabili e verificabili. Non si tratta di una sfida facile. Per adottare un simile approccio c’è bisogno di un cambio culturale nelle pubbliche amministrazioniAttraverso partenariati pubblico-privati che, ad esempio valorizzando lo strumento della co-programmazione – anche alla luce della recente sentenza della Corte Costituzionale 131/2020 – indirizzino i capitali privati per promuovere e sostenere politiche pubbliche innovative. La sfida è quella di rendere più efficiente la spesa pubblica dando vita a circuiti virtuosi tra pubblico, privato e ETS. Per adottare un simile approccio c’è bisogno di una rivoluzione culturale nella pubbliche amministrazioni, che non sono abituate a ragionare secondo questi schemi, ma anche una formazione adeguata che coinvolga anzitutto i dirigenti. Si tratta di un’occasione unica soprattutto per gli enti locali, che essendo le diramazioni statali più vicine alle esigenze dei cittadini hanno anche più chiari i loro bisogni e possono supportare in una logica bottom-up istituzionale gli altri livelli governativi a comprendere dove risulti necessario programmare e intervenire per promuovere soluzioni innovative che si basino su criteri di efficienza, efficacia, sostenibilità, impatto.

Il secondo ambito in cui penso che l’impact investing possa giocare un ruolo di primo piano è quello degli investimenti finanziari privati. Credo che in questa fase ci sia l’opportunità di indirizzare i Mercati verso una riforma strutturale del capitalismo. Non basta più ottimizzare le classiche dimensioni di rischio e profitto. Bisogna introdurre, così come previsto dalla teoria Shared Value di Michael Porter, una terza dimensione ottimizzando sempre – e sottolineo sempre – anche l’impatto (sociale e/o ambientale) grazie anche all’introduzione di meccanismi premiali basati ad esempio su forme di incentivazione fiscale. La leva fiscale può essere uno strumento con cui indirizzare varie tipologie di investimento privato, ancorando quest’ultimo non solo a concetti di rischio e rendimento, ma anche al concetto di impatto. Potrebbe essere un passo importante per strutturare una vera finanza generativa e alternativa a quella finanza speculativa ed estrattiva che abbiamo conosciuto sino ad oggi. Parlo di una finanzia sociale che, peraltro, potrebbe e dovrebbe lavorare in sinergia con quella parte di settore pubblico che speriamo inizi ad agire secondo logiche basate sull’evidenza dei risultati.

E poi c’è il Terzo Settore. Come abbiamo avuto modo di vedere nei mesi del lockdown, e ancora di più in questa prima fase della ripresa, questo attore gioca una funzione centrale nella tenuta del nostro sistema sociale che è stato ed è messo fortemente sotto pressione. A mio avviso il Terzo Settore, visto anche l’aumento e la costante diversificazione dei bisogni sociali a cui andiamo incontro, non va semplicemente tutelato ma deve assumere un ruolo di primo piano nei processi della futura pianificazione territoriale. Penso ad esempio al tema dell’erogazione dei servizi socio-sanitari, che durante l’epidemia hanno dimostrato la loro fragilità quando non fondati e supportati da approcci territoriali e comunitari. Senza citare i Social Impact Bond – di cui in Italia facciamo ancora fatica a parlare – credo che occorra pensare a nuovi meccanismi contrattuali in grado di favorire nuove forme di progettazione locale. In altre parole: sfruttiamo questa opportunità per sperimentare nuove strade capaci di far lavorare enti territoriali, cooperative, imprese sociali e le altre realtà del Terzo Settore per metterle in condizione di rispondere alle nuove sfide della nostra quotidianità. Dallo smart working, alla smart education, passando per la parità di genere e la tutela dei più fragili, gli ambiti in cui testare questo nuovo “design contrattuale” sono numerosissimi.


In questo rinnovato contesto come crede che potrà e dovrà muoversi il sistema filantropico del nostro Paese? Quale ruolo pensa potranno assumere, in particolare, le Fondazioni di impresa?

Credo che il sistema filantropico italiano si trovi di fronte a nuove sfide molto complesse, che però possono essere anche una grande opportunità di ridefinizione e ripensamento dei modelli erogativi sino ad oggi adottati.

Come accennavo prima, penso che in questa fase sia cruciale una sinergia sempre più forte tra tutti gli attori che a vario titolo si occupano di fronteggiare i problemi sociali. Il sistema filantropico ne è parte integrante e non deve aver paura di dialogare continuativamente con tutti gli altri stakeholder con cui ha a che fare, aprendo tavoli di confronto, spazi di sperimentazione congiunta con quegli attori che possono contribuire a un miglioramento delle condizioni di vita delle persone, ponendosi come obiettivo quello di garantire maggiore equità nell’accesso ai servizi e nella risposta ai bisogni della collettività. Ritengo vi sia da supportare una riflessione importante relativa alla logica strategica, e quindi a cascata al modello operativo/erogativo, che ancor oggi adottano molti enti filantropici. Bisogna passare da un approccio erogativo “a pioggia” ad un modello “federativo” nel quale le Fondazioni d’Impresa condividano una visione di territorio con gli altri attori fondando le proprie scelte erogative su obiettivi condivisi con il pubblico, il privato sociale e gli investitori impact-oriented promuovendo e favorendo processi di coprogettazione e codecisione per individuare le azioni strategiche migliori e prioritarie .

Anche per queste ragioni credo che il sistema delle Fondazioni di impresa, che come avete ben spiegato nel vostro Rapporto è cresciuto molto negli ultimi anni, possa svolgere un ruolo di primo piano per incentivare questo percorso di cambiamento maggiormente attento ai reali cambiamenti generati nella vita delle persone piuttosto che al numero totale dei soggetti coinvolti dalle singole iniziative.


Concretamente questo cosa significa?

Le Fondazioni di impresa, lo dice la parola stessa, spesso hanno un forte legame con le proprie imprese di riferimento. Io credo che in questa fase sarebbe importante allineare il più possibile le scelte filantropiche con le scelte di investimento assunte dalle aziende “madri” basandosi, appunto, su approcci attenti all’impatto che un approccio multi-attore come quello descritto potrebbe determinare. Cambiano le modalità ma è necessario che gli obiettivi, e le logiche di intervento che portano al loro raggiungimento, siano allineate. Il primo passo? occorre fare in modo che la mano sinistra sappia cosa fa la mano destra, agevolando così quel lavoro sinergico tra Fondazioni d’Impresa e aziende “madri” che ritengo sia alla base del processo di cambiamento descritto. Nella ristrutturazione del capitalismo che vorrei ci sono imprese che investono nell’impact perché hanno compreso che la soddisfazione dei bisogni delle persone o dei problemi dell’ambiente sono, oltre che risultati raggiungibili, le precondizioni alla base della sopravvivenza stessa dei loro modelli di businessImmagino imprese che si dotano di fondazioni che supportano questa strategia e che ne moltiplicano gli effetti laddove le logiche del mercato impact non possono arrivare, accompagnando gli ETS verso l’adozione di modelli di intervento innovativi, addizionali e complementari rispetto a quelli promossi dalle aziende.

C’è poi un altro tema centrale a cui ho già fatto riferimento: quello della valutazione intesa come strumento abilitante del sistema appena descritto. Le Fondazioni dovrebbero trasformare i loro modelli erogativi affidando tanto la selezione quanto la valutazione degli interventi sostenuti sempre di più a metodologie di asseverazione dell’impatto che permettano loro di capire gli effettivi cambiamenti generati nella vita dei beneficiari finali dalle donazioni che effettuano e/o dagli investimenti che sostengono. Per far questo si possono appoggiare a organizzazioni terze che hanno compreso come valutare l’impatto attraverso anni di pratica sul campo. Penso che la sfida più grande rimanga quella dell’adozione della valutazione d’impatto come strumento per valutare tanto ex-ante quanto ex-post l’efficacia delle erogazioni. L’interiorizzazione dei processi e degli schemi valutativi nella strategia filantropica permetterebbe a queste organizzazioni di “imparare erogando” adottando di volta in volta, grazie al processo di apprendimento così attivato, gli approcci più adatti al perseguimento della loro mission e quindi alla soddisfazione dei bisogni dei territori in cui operano. Per raggiungere questo livello di consapevolezza e le competenze interne necessarie ad attivare questo modello è necessaria un’adeguata formazione del personale; un investimento sul capitale umano, sulle competenze dei professionisti che lavorano dentro a queste Fondazioni.

Credo che formazione e valutazione siano i due ambiti su cui si può incominciare a lavorare da subito, in attesa di comprendere se la crisi in atto darà il là alla rivoluzione impact nel nostro Paese.